L’opportunità dei moncherini

Mi affascina la resilienza anzitutto perchè non ce l’ho. Per mia ammissione, e per rimprovero più o meno esplicito di chi mi conosce, ne sono ampiamente sfornita. E riconosco che è un grave deficit. E mi scervello da anni su come poterne raccattare qualche briciola qui e lì.

Sbaglio, come tutti. A volte, anche se non sbaglio nulla, le cose non vanno come vorrei. E come a tutti, ogni tanto mi piomba una tegola in testa mentre passeggio per strada mangiando un gelato. In questi casi, come ognuno a cui capiti, soffro, o almeno ci rimango male.

Fin qui tutto normale. Quello che mi piacerebbe migliorare è il mio modo di reagire, dopo l’imprevisto.

Rialzarmi più velocemente, e con maggiore fiducia in me stessa e nel futuro.

Invece a ogni delusione, a ogni incidente di percorso, la mia psiche e la mia motivazione si ripiegano su se stesse.

L’orizzonte si annebbia, la strada da percorrere si confonde, e forse perde anche la sua importanza. L’unica cosa vitale diventa curare le mie ferite, consolarmi, riuscire a ricompattare la mia identità dopo la sconfitta, dare di nuovo un senso non dico al percorso, ma al solo fatto di rimettersi in piedi.

Questo mi ruba una quantità di energie enormi. Non sono energie sprecate, naturalmente, perchè servono a rimettermi in sesto ed in grado di nutrire una nuova progettualità; ma non sarebbe più efficiente e meno doloroso, mi chiedo, rendere questa fase il più breve possibile, quasi istintiva, e passare rapidamente oltre, senza fare un dramma di ogni contrarietà?

Bisognerebbe essere fatti in modo diverso, oppure cambiare le nostre convinzioni profonde. Tutti sappiamo quanto questo possa essere difficile.

In alternativa, poichè siamo esseri estremamente intelligenti, potremmo prendere atto dei nostri limiti, e decidere di non farcene condizionare più di tanto. A Pistorius non sono cresciute un paio di gambe nuove, ma ha fatto miracoli con delle protesi. E con i suoi moncherini.

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