R.I.P.

Il famosissimo personaggio di Willy il coyote è un esempio, seppur caricaturale, di resilienza ad oltranza. Non c’è caduta, per quanto rovinosa, dalla quale non si rialzi; non c’è insuccesso, per quanto mortificante, che lo faccia desistere dal suo obiettivo: mangiarsi BeepBeep. La sua ingegnosità e la sua arguzia sono anzi moltiplicate dai tentativi falliti, perché sente che il successo è a portata di mano, e non accetta che la stolida velocità del road runner possa avere la meglio all’infinito sulla sua tenacia e sulla sua invenività. Certo, fa degli strafalcioni tremendi, e la ditta ACME forse non è il fornitore più affidabile del mondo, ma come non ammirare l’aplomb con cui si rialza da cinque metri di fossa scavata nel fondo del canyon, e la sua espressione maligna e soddisfatta con la quale si accinge all’agguato successivo, pregustando il banchetto finale?

Il coyote è senza dubbio facilitato nella sua perseveranza da alcuni fattori che spesso a noi difettano.

Anzitutto la fame. Quella vera, di stomaco, di fronte alla quale non ti puoi arrendere, a meno di non accettare di essere a tua volta cibo per gli avvoltoi. Oggettivamente non tutti i nostri obiettivi sono così vitali da investirvi le nostre energie con tanta determinazione…

Poi l’assenza di un pubblico fischiante. Spesso più che la mortificazione personale, ciò che ci fa desistere dopo un insuccesso è la vergogna rispetto al giudizio degli altri. In pieno deserto, forse ci concederemmo qualche caduta in più…

Da ultimo, Willy è un predatore. E’ nella sua natura non demordere, ma anche non saper modulare i propri scopi. Willy è molto flessibile e ingegnoso nelle sue strategie, straordinariamente resistente ai fallimenti, ma non sa sostituire un obiettivo con un altro più funzionale alla propria soddisfazione: con tutti i soldi spesi con i marchingegni della ACME, quanti polli arrosto si sarebbe potuto comprare?

Ed è qui che un’ammirevole resilienza sconfina in una dannosa e poco efficiente “tigna”.

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