Chi (s)offre di più?

Non credo che le persone dotate di alta resilienza soffrano meno delle altre di fronte ad una disgrazia oppure a un fallimento. Credo però che diverso sia il loro atteggiamento mentale rispetto alla sofferenza stessa. Ipotizzo che la “mentalizzino” in modo differente, e questo consenta loro di elaborarla in tempi più veloci, e forse di percepirla soggettivamente in modo più sopportabile.

Credo che chiunque abbia un animale da compagnia abbia notato che quando danno segno di star male, significa che la loro malattia è davvero in stato avanzato. Così come mi sono sempre stupita di come, nei documentari naturalistici, le femmine di animali che partoriscono sembrino non avvertire più di tanto il dolore. Gli animali non mentalizzano il dolore, infatti. Non gli attribuiscono significati complessi, né nel presente (“panico, che mi sta succedendo, è grave?”), né nel futuro (“morirò? resterò invalido?”) né nel passato (“che ho fatto, è stata colpa mia?”).

Anche i bambini molto piccoli, se ci fate caso, reggono molto bene la febbre, i malesseri in generale, a meno che non siano oggettivamente molto dolorosi. Giocano, corrono e ballano con alterazioni della temperatura corporea che a partire da pochi anni in avanti li costringeranno a letto a lamentarsi con la faccia sbattutissima. Anche loro, fino a una certa età, non riescono ad aggiungere troppi significati cognitivi alle sensazioni negative, e le vivono per quelle che sono, senza aggravanti aggiunte.

La gran parte del nostro dolore, sia fisico che emotivo, è su base cognitiva; questa probabilmente è una sbavatura indesiderata dell’evoluzione della nostra corteccia cerebrale, che ci rende meno resistenti e meno pronti a riprenderci.

Come volgere allora in vantaggio anziché in peso aggiuntivo il ruolo della nostra mente? Come possono le nostre facoltà intellettive aiutarci ad alleviare la sofferenza anziché enfatizzarla?

–       nel momento presente, con la distrazione, spostando il focus della nostra attenzione; con i bambini si è visto che l’uso dei videogiochi diminuisce la percezione del dolore durante una malattia o dopo un intervento chirurgico;

–       nell’immaginare il nostro futuro, nutrendo l’aspettativa che il dolore non durerà per sempre, e che non ne saremo irrimediabilmente segnati o compromessi; progettando cose positive che faremo, fidandoci del fatto che riusciremo ancora ad essere felici;

–       nella valutazione del passato, cercando di assumerci la responsabilità dei nostri errori senza colpevolizzarci troppo; facendo tesoro dei ricordi positivi ma non lasciandosi travolgere dalla malinconia e dai rimpianti.

I nostri pensieri hanno un’importanza fondamentale non solo nel modo in cui affrontiamo le difficoltà, ma anche nell’intensità con la quale percepiamo la nostra sofferenza. Perché non allenarsi a usarli in tal senso?

Preferiamo davvero soffrire di più?

Forse sì, a volte… ma questo è un discorso da affrontare a parte…

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5 thoughts on “Chi (s)offre di più?

  1. Anche negli adulti, oltre che nei bambini, distrarre l’attenzione dal rimuginio sulla propria interpretazione del dolore funziona decentemente. Direi che uno dei segnali di allarme maggiori è quando questo meccanismo, molto naturale come dici, viene rifiutato.

  2. Bello l’articolo che ho pescato attraverso una gimkana di link, ma per esperienza diretta sono scettica sulla possibilità di orientare il pensiero, perchè l’orientamento del pensiero nonostante i nostri sforzi è quello con cui siamo nati, è come il colore degli occhi o l’altezza, si potrebbe dire che fa parte del nostro dna. Il discorso sarebbe lungo e chiaramente messa così la mia opinione sembra brutale e pessimista. Brava comunque Lidia e contenta di averti scoperto.

  3. Ho scoperto qualche giorno fa il blog grazie a un post condiviso su fb da un amico. Mi sono iscritta ieri, mi sembra molto interessante. Sull’articolo di oggi ho qualche perplessità…mi viene da dire “troppo facile”: i tre consigli sono perfetti, il problema è riuscire a seguirli e metterli in pratica. Come si fa a distogliere il pensiero quando il rimuginare ti perseguita, ti arriva addosso senza che tu te ne renda conto, quando ti ritrovi tuo malgrado a girare intorno agli stessi pensieri e soprattutto quando, pensando di averli allontanati durante la giornata facendoti distrarre da mille cose, ti arrivano la notte facendoti dormire con i muscoli tutti contratti, e rendendo il sonno ancora più faticoso della giornata? Difficile dopo anni pensare che non sarà sempre così e sforzarsi di progettare cose piacevoli.
    Complimenti comunque per gli spunti, li trovo molto utili.

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