Don Abbondio e il coraggio

Che, secondo lui, “se uno non ce l’ha non se lo può dare”. Quest’affermazione può sembrare il più vile degli alibi, oppure la più definitiva delle constatazioni, a seconda se ci troviamo fuori da qualsiasi situazione per noi critica, oppure nelle peste fino al collo.

La paura è una gran brutta bestia, non c’è che dire. Vista dall’esterno, possiamo farci tutto il coraggio che vogliamo, possiamo prendercene gioco, far finta che non ci ricadremo più. Ma quando arriva il contesto peculiare al quale siamo sensibili, si riaffaccia con la ferocia di un drago affamato. A volta il drago ci fa così paura che basta il pensiero di incontrarlo a rovinarci la vita. Si chiama ansia anticipatoria. L’ansia anticipatoria è più sottile, infida, la paragonerei a un serpente. Ti gira attorno, s’infila nei tuoi pensieri, non ti porta terrore ma inquietudine, spesso sguscia se provi ad acchiapparla e a guardarla in faccia.

Tutti abbiamo paura. E’ un’emozione ancestrale, radicata nel nostro cervello rettiliano, ed è l’emozione più adattativa per il singolo. Per questo forse è così difficile disinnescarla: non ci si può mica ragionare tanto…

Il punto d’aggancio però che possiamo trovare per costringere le nostre paure a scendere a patti è la corteccia cerebrale, il nostro potenziale cognitivo. Infatti quasi tutte le nostre moderne paure di Homo sapiens sapiens sono mediate da valutazioni complesse a livello corticale, anche se poi l’esplosione emotiva e somatica del panico passa sempre dal meccanismo antico. Ed è proprio cercando di smontare quelle valutazioni – sbagliate o scomode che sia – di cosa è pericoloso e cosa no, che possiamo combatterle, invalidarle, superarle, persino cambiarle.

Tornando al coraggio, credo che la definizione stessa del termine implichi il superamento delle proprie paure: se no che coraggio è?

E c’è più merito in un atto coraggioso affrontato nonostante tutti i propri timori, che nell’audacia temeraria di chi non ha coscienza dei rischi che corre.

Tutti conosciamo la paura, non dimentichiamolo mai. Non dobbiamo vergognarci delle nostre paure, delle nostre ansie, perché chiunque, ciascuno in un ambito proprio, le ha sperimentate: la paura è un’esperienza universale. Chi ne è più preda, è chi sente di avere più da perdere, chi ha grossi sensi di responsabilità, chi è più severo con se stesso.

Spessissimo, però, spostiamo le paure. Quelle che sembrano più buffe, inusuali, insensate, sono spostamenti di paure più grandi e profonde che sentiamo di non avere la forza di affrontare direttamente. Non è prendere la metropolitana che ci terrorizza davvero, ma forse il timore di lasciarci andare e di non poter controllare sempre tutto. Finché non ci sentiremo in grado di capire e affrontare il “mandante” delle nostre fobie, il nocciolo delle nostre ansie esistenziali, continueremo a ingaggiare scaramucce più o meno cruente con i suoi sicari, con le piccole e innocue paure quotidiane, che tutto sommato possiamo gestire, semplicemente scegliendo un altro mezzo di trasporto.

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One thought on “Don Abbondio e il coraggio

  1. Bella analisi. Aggiungerei forse, se mi consente, all’elenco delle persone più vulnerabili alle paure, chi non ha fiducia nella capacità di costruire e chi avverte di avere drammaticamente poco: per entrambi ogni perdita, anche minima, è potenzialmente catastrofica. La responsabilità e la severità con se stessi e con gli altri sono spesso solo effetti collaterali di questi punti di partenza.

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