Il minimo comune multiplo del successo

Avete mai pensato a quale può essere il minimo comune multiplo dei percorsi delle persone che ammiriamo per aver raggiunto i propri obiettivi? Certo, ci sono tante variabili importanti: avere obiettivi chiari, non demordere nelle sconfitte, investire senza risparmio il proprio impegno, saper cercare gli alleati giusti, un pizzico di fortuna, e così via altri ingredienti che, sapientemente e variamente mescolati, portano una persona a ottenere quello che più desidera nella vita. Ognuno di essi, raccontando la propria storia, naturalmente tenderà a dare maggior rilievo ai propri aspetti di merito, che a quelli di fortuna o di appoggio da parte degli altri. C’è però un ingrediente segreto, che raramente riveliamo fino in fondo, quando parliamo delle nostre vittorie. E’ un ingrediente preziosissimo, indispensabile più che utile, che fa un’enorme differenza. Non è il colpo di fortuna, quello che ci piomba in testa e non dipende minimamente da noi. E’ qualcosa che necessita del nostro aiuto per manifestarsi, e della nostra saggezza per essere sfruttato.

L’ingrediente segreto è l’occasione. Il famoso treno che passa, l’opportunità che ci chiama e che richiede fiuto e determinazione per essere acchiappata. L’occasione è quello che nessuna persona di successo, nella sua autobiografia, ammetterà mai che sia stata determinante, eppure senza di quella non si va molto lontano. C’è sempre un punto di discontinuità in un percorso riuscito, quello che fa la differenza tra una “vita da mediano” e una da “persona arrivata”, e questa discontinuità è dovuta alle occasioni che ci consentono di fare degli “scatti” che da soli, con le nostre sole forze, probabilmente non avremmo mai ottenuto.

Le opportunità non sono cieche e gratuite come la fortuna; si manifestano solo a chi dimostra di valere qualcosa nel suo campo, anzitutto, e poi richiedono di essere colte con intelligenza e impegno, per poter fruttare nel tempo. Un’altra caratteristica simpatica delle opportunità è che possiamo agevolarle. Facendoci conoscere, allargando il nostro ambito sociale e lavorativo, creandoci una rete di apprezzamenti professionali e personali, dando disponibilità a iniziative, progetti, incontri.

E questo vale per ogni campo, sia che stiamo cercando la persona della nostra vita, sia invece un mecenate disposto a finanziare le nostre ricerche scientifiche.

Come consiglia scherzosamente – ma non troppo – alla fine del suo bellissimo saggio “Il cigno nero” l’epistemiologo Taleb, esperto di origine libanese di scienze dell’incertezza: “Andate alle feste”.

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3 pensieri su “Il minimo comune multiplo del successo

  1. Cara Lidia, si vive decentemente (non oso dire meglio) anche con impegno e correttezza sì, ma anche con molta più naturalezza, un pizzico di fatalismo, un tocco di leggerezza e una spruzzata di ironia. Quello che proponi nei tuoi post sembra un percorso a ostacoli. Personalmente, se dovessi seguire le tue indicazioni dopo un po’ sarei esausta, perdona la franchezza. Una visione della vita in termini di successi e fallimenti (sia pure nella tua accezione, non certo banale) non è triste? Non ho ben capito se la tua è un’impostazione da psicoterapeuta o da motivatore di manager. Mi piacerebbe che rispondessi al mio commento: non escludo di aver frainteso e sono pronta a ricredermi. Ciao

  2. Cara Sandra, grazie anzitutto per il tuo commento e le tue osservazioni! Io sono una psicoterapeuta, non un coach, e quindi mi trovo a confrontarmi quotidianamente con “i percorsi ad ostacoli”, e con persone che definirebbero senz’altro così la fase di vita che attraversano. Sono d’accordo con te che la leggerezza e l’autoironia sono delle risorse preziosissime per affrontare le difficoltà, ma ritengo che dobbiamo averne anche altre nella nostra “cassetta degli attrezzi”, per i momenti bui e di sconforto. Il blog infatti non si propone di fornire ricette per una vita felice e chi è già soddisfatto del suo modo di affrontare le situazioni, ma solo degli spunti di riflessione che possano aiutare a ripensare il nostro modo di vedere le cose, quando appunto questo modo di vederle ci provoca sofferenza. A presto!

  3. Cara Lidia, la “sofferenza” (o depressione, più propriamente) nasce, com’è ovvio, da un particolare stato d’animo di fondo che ci porta a vedere le cose in un certo modo. Può essere che sia episodica, può essere che faccia parte della nostra indole e dunque si ripresenti ogni volta che siamo di fronte ad una difficoltà o ad un dolore. In questo secondo caso, a mio parere, chi è affetto dalla “malattia della volontà” (e dai sensi di colpa che ne derivano), nell’esercitare uno sforzo di volontà per orientare il pensiero può esasperare la propria sofferenza, anziché alleviarla. Dunque che fare? Forse solo accettarci e volerci bene, forse imparare a conoscere il nostro dolore e le sue cause (organiche o ambientali che siano) e fare la pace con noi stessi e con i nostri limiti. Forse adeguare la nostra vita ad uno standard differente, più conforme alla nostra natura ma non per questo inferiore a quello di tanti altri. Anzi, per certi versi superiore, poiché ci consente di essere più permeabili alla gioia e ad una gamma infinita di emozioni, e non solo al dolore.
    Ma forse stiamo dicendo la stessa cosa. E’ solo che quel ripetersi, nei tuoi post, dei termini “successo” e “sconfitta” mi mette ansia, lo confesso! 🙂

    “Quando mai si pretenderebbe da un cigno una delle prove destinate al leone? In che modo un brano del destino di un pesce si inserirebbe nel mondo del pipistrello? Pertanto fin da bambino credo di aver pregato soltanto per la mia difficoltà, che mi fosse concessa la mia e non, per errore, quella del falegname, o del cocchiere, o del soldato, perché nella mia difficoltà voglio riconoscermi.”
    (R.M. Rilke, Lettere milanesi)

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