Perdono, chi era costui?

Resilienza è riprendere il proprio cammino di vita dopo aver subito un danno. Alcune cose possono essere di serio intralcio a questa ripresa, e tra queste il risentimento è una delle più pericolose.

Anzitutto perché ci costringe a concentrarci su ciò che è stato, mentre per progettare qualcosa occorrerebbe guardare al futuro. Il risentimento invece ci fa diventare come i gamberi: siamo rivolti permanentemente indietro ma, poiché, ricordiamocelo, il tempo non si ferma, continuiamo a camminare, senza naturalmente poter modulare la direzione, né accorgerci delle opportunità, e neppure goderci un po’ di panorama.

L’astio inoltre funziona come un gas velenoso, che permea il nostro presente, ci impedisce di apprezzare ciò che di positivo ci accade e ci circonda, e mina la nostra fiducia e la nostra speranza.

Il risentimento confida in due complici malefici: la voglia di vendetta e il desiderio di rivalsa. La prima ci suggerisce di far soffrire – per mano nostra – chi ci ha fatto del male, con la seconda ci illudiamo di dimostrare a noi stessi e agli altri che i torti che abbiamo subito non li meritavamo, e che siamo abbastanza in gamba da ribaltare i nostri insuccessi. Entrambi questi sentimenti, tuttavia, deviano obiettivi ed energie dai nostri autentici desideri, e sono di dubbia utilità per la nostra realizzazione personale a lunga scadenza.

Eccoci allora al nostro illustre sconosciuto: il perdono. Io non amo questo termine, imbibito di catechesi e di etica religiosa, e neanche il concetto fumoso al quale si riferisce. Secondo me, infatti, il vero perdono non esiste, è ingiusto chiederlo a qualcuno e irrealistico pretenderlo da se stessi. Davvero è possibile assolvere con formula piena chi ci ha fatto un torto? Davvero possiamo fare come se niente fosse accaduto, senza chiedere in cambio un minimo risarcimento, seppure simbolico e morale? Davvero riusciamo dentro di noi a perdonare, a cancellare, a dimenticare?

Eppure di questa parola si fa grande abuso in ogni pratica spirituale e soprattutto nelle relazioni umane. Ma la maggior parte delle volte, essa scatena in noi conflitti e sensi di colpa, quando cerchiamo di raggiungerne gli utopici obiettivi, e profonde ipocrisie quando lo imploriamo da qualcuno, magari rimpallandogli la responsabilità di salvare una relazione che noi stessi avevamo minato. Quale è allora il giusto modo per sottrarsi alla trappola del rancore, visto che non possiamo manipolare la nostra memoria, né costringerci a perdonare?

La via d’uscita è in un concetto poco praticato, in un termine un po’ cacofonico, e a sua volta di sapore sgradevolmente ecumenico, eppure a mio parere il più indicato: pacificazione. Si tratta di un processo, di un obiettivo di benessere personale, in primo luogo, e quindi propedeutico per il recupero di qualsiasi relazione in crisi.

Far pace con. I torti, le ingiustizie, i limiti nostri e altrui, le avversità della vita, gli strali delle alterne fortune.

Accettare. Il rischio di soffrire, il non poter cambiare ciò che è stato ma solo quello che sarà, la responsabilità di indirizzare il futuro, di essere plasmati dalle nostre esperienze nella direzione che noi sceglieremo.

Superare. I traumi, i dispiaceri, i rancori, la sfiducia.

Deporre. Tutto ciò che ci àncora al dolore.

Rinunciare. A ciò che in parte ci identifica, all’essere una vittima, al chiedersi perché e perché a me.

Ricostruire. Un’identità alternativa, un futuro alternativo, un modo di rapportarsi alternativo.

Questo sì, che invece mi piace, della liturgia cattolica: voglio scambiarmi un segno di pace. Dentro di me. Con tutti quelli ai quali ho qualcosa da rimproverare, con chi mi ha deluso, tradito, trascurato, abbandonato, ferito, ignorato, insultato.

Li voglio poggiare finalmente in terra, voltarmi e andarmene in pace.

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2 pensieri su “Perdono, chi era costui?

  1. Molto bello. Non mi è chiaro però, se con il finale si suppone di “abbandonare” tutto ciò, o chi, che in qualche modo ci ha fatto del male. Questo mi sembra eccessivo…

  2. Infatti, Rodolfo, non intendevo suggerire di abbandonare necessariamente chi ci ha procurato dolore (se abbiamo ancora la motivazione a recuperare e a nutrire la relazione con lui) ma di deporre e lasciar andare il male che ci ha fatto. Spesso, infatti, siamo noi a rinfocolare la nostra stessa percezione di sofferenza con il rimuginio e la recriminazione continua, e questo non è un bene anzitutto per noi stessi, e poi impedisce il processo di riequilibrazione di un rapporto che sta attraversando una crisi. Hai ragione, il finale messo così può sembrare un po’ tranchant, ma volevo concludere con una frase a forte effetto visivo e immaginativo…:-)… interessante che, tra le tante interpretazioni possibili, tu sia stato sensibile a quella più estrema e chirurgica…:-)

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