Curiosity killed the cat

Conosco tante persone che erano curiose. Esploravano. Giocavano. Rischiavano. Avevano sempre tanta voglia di andare avanti, di vedere cosa c’era dopo. Si disperavano, ma poi bastava quell’attimo giusto per ritirarle su e convincerle che c’era ancora da giocarsela. Si divertivano, un po’ piangevano, anche, ma non rimpiangevano mai di aver versato delle lacrime, perché faceva parte del pacchetto. Se corri alla disperata in un giardinetto pubblico, ti butti in picchiata da uno scivolo o dall’altalena, ci può stare che inciampi e ti sbucci un ginocchio e piangi. Poi passa.

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Queste persone piano piano hanno smesso di correre e di divertirsi. Anche di piangere. E hanno iniziato a rim-piangere. Non erano più bambini che giocavano al parco, erano nonni che leggevano in panchina gridando agli altri: “Stai attento a non cadere!”

Cosa tramuta i bambini in nonni? Perché i nonni non sono più curiosi? E’ l’età, l’esperienza, la pigrizia, la presunzione di aver già visto tutto, il tedio? Oppure è la paura, il cinismo, la disillusione, i pregiudizi?

E qual è il costo del perdere la curiosità? Quanto ci costa sederci a leggere il giornale facendo finta che sia il modo migliore per passare la giornata? Che prezzo paghiamo per abdicare all’esplorazione del mondo che ci circonda?

Lasciar perdere di esplorare non ha un’età precisa. Ci sono bambini che smettono prestissimo, e centenari che non ci pensano nemmeno. Quasi sempre sono i primi a sembrare più vecchi dei secondi. Se dovessi riassumere in un solo concetto il nemico più temibile dell’esplorazione e della curiosità, direi che sono i fallimenti. Fallire è uno dei nostri terrori più grandi, tanto più se ce ne possiamo addebitare la colpa diretta (ho fatto un errore) o indiretta (avrei dovuto capire che stavo facendo un errore). Addossarsi la responsabilità di un insuccesso è uno dei colpi più pesanti per la nostra autostima, soprattutto se ne deduciamo la nostra incapacità e ne profetizziamo la ripetibilità. Ma se c’è qualcosa di più pesante di un fallimento, è fallire dopo una precedente delusione, magari dopo averci messo tanto tempo per convincerci che dovevamo riprovarci. Lì si chiudono i portoni, lì rischiamo di convincerci che non è proprio cosa, che la panchina e la gazzetta sono il nostro unico destino.

In realtà, chiudersi alle scoperte o meno non dipende dal numero di porte in faccia abbiamo preso, ma come ce le siamo raccontate. Dal peso che abbiamo dato loro, da quanto abbiamo consentito che gli insuccessi facessero statistica.

Non da quanto ci hanno fatto soffrire, ma da quanto pensiamo di non reggere la sofferenza.  Da quanto abbiamo paura di addolorarci ancora, pesata rispetto al desiderio di raggiungere il successo e il nostro premio.

Curiosity_Mars2_1Premio? E qual è il nostro vero premio? Chi pensa quello che ci renderà felici e soddisfatti sarà il successo, il plauso, il traguardo, rischia davvero di bloccarsi davanti ad un ostacolo.

Il premio per il nostro coraggio di andare in giro, di sperimentare, di metterci in gioco, di correre i rischi non è raggiungere l’obiettivo, ma le emozioni che proviamo mentre ci attiviamo per perseguirlo. Il prezzo che deve sborsare chi mette fine alle proprie esplorazioni, e rinnega la sua curiosità, non è rimanere attestato sul poco o sul tanto che possiede, ma spegnersi dentro.

Questo è successo a quelle persone che conoscevo, e che per vari e persino giustificati motivi hanno deciso che non valeva più la pena di correre rischi e di buttarsi nella mischia. Non stanno poi tanto male, a giudicarle da fuori, ma da dentro vivono il più triste e desolato dei deserti dell’anima.

Non si innamorano, perché potrebbero essere lasciate. Non scommettono, perché potrebbero perdere. Non concorrono, perché potrebbero essere scartate. Non capiscono che quello che le fa sentire vive non è che le cose vadano bene una volta per tutte, ma il provarci. Non l’arrivo, ma la trepidazione dell’attesa. Non la sicurezza della meta raggiunta, ma, paradossalmente, proprio l’incertezza e la speranza.

Chiudete il giornale, allora, e lasciate che il bambino che sta dentro di voi scorrazzi un po’ in giro, senza un fine particolare, ma solo per il gusto di sentirsi libero di andare dove vuole. Senza aspettative, pronto a cogliere la bellezza ovunque essa decida di spuntare fuori. Solo un giretto, dai, cosa può succedere di male?…

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