La passione fa soffrire

Incontro spesso persone che mi raccontano di non voler più lasciarsi andare a un amore incontrollato e passionale. Sono in genere reduci da separazioni, tradimenti, o abbandoni; esperienze molto dolorose, che vorrebbero non replicare mai più.pioggia

Rimanere per il resto della vita al riparo dall’ardore dell’innamoramento sembra loro la maniera migliore per proteggersi dalla sofferenza e dalla delusione. Molti giurano a se stessi che in futuro si concederanno solo a relazioni più pacate, mature, tiepide. Perché più affidabili, a loro parere, e soprattutto, meno dolorose nel momento in cui, per un motivo o per l’altro, dovessero finire.

In genere costoro sono molto solidi nel loro proponimento, e felici di esser giunti a questa salvifica decisione. Non vi è dubbio che il solo pensarlo li faccia sentire più protetti, meno vulnerabili, più fiduciosi in un futuro affettivo migliore. Tentare di far loro considerare questa risoluzione da un punto di vista critico è inutile, perché in quel momento è uno strumento di difesa irrinunciabile, e non un esercizio di discettazione filosofica.

L’amore per definizione non si può filtrare con il lume della ragione; è un’emozione, un sentimento travolgente, cui occorre abbandonarsi, per poterne godere. Una volta divampato, è quanto di più prepotente, egoista, costruttivo e distruttivo possa esistere. E’ inevitabile che nella maggior parte dei casi faccia morti e feriti. E nei casi rimanenti è destinato a trasformarsi, evolvendo in qualcos’altro, perché non si riuscirebbe a sopportare a lungo la sua potenza energetica.

Ma non è tuttavia l’efficacia di un tale evitamento che mi lascia perplessa, ma la sua tenuta nel tempo. Per parecchi mesi, forse anni, si può riuscire a navigare in uno stato emotivo senza picchi, a combustione lenta e controllata. Forse per tutta la vita, ma in questo caso, ne saremo, alla fine, contenti? canova

La decisione di vivere le relazioni in modo pacato e controllato, e parliamo non della loro evoluzione negli anni, ma come impostazione già all’inizio di una storia di coppia, a mio parere equivale a rinunciare all’innamoramento. Si evita di appassionarsi, e questo può far anche comodo, ma probabilmente anche di essere oggetto di passione, ed è qui che la teoria inizia a scricchiolare.

Per quanto tempo si può riuscire a sopire il desiderio di provare emozioni e sentimenti profondi, avvincenti, trasformativi come quelli dell’amore e dell’innamoramento? Per quanto tempo possiamo accettare il limbo di un’unione che non ha mai visto entusiasmo, desiderio, mancanza struggente, soprattutto incalzati come siamo dagli anni che passano e che portano via la nostra amabilità e la nostra avvenenza? Per quanto tempo possiamo sopportare di non essere a nostra volta oggetto di un intenso desiderio?

Quanto a lungo funzionerà come deterrente il ricordo del dolore passato? Si può riuscire a rinunciare per sempre a quel tipo di gioia assoluta, intensa, totalizzante, solo perché si è sicuri che prima o poi la si pagherà?

Ricordiamo le meravigliose parole del “amore ciecoProfeta” di Gibran:

“…ma se per paura cercherete nell’amore unicamente la pace e il piacere, allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dal giardino dell’amore, nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.”

E allora mi siedo metaforicamente sulla riva del fiume Tempo, aspettando fiduciosa che tutte quelle belle e tristi persone che mi raccontavano di voler passare oltre, di voler rinunciare, un giorno mi cerchino per dirmi: “Mi sono innamorato ancora, e stavolta è la persona giusta.”

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