Kintsugi

kintsugi1L’antica arte giapponese di riparare i vasi di ceramica con fusioni di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, rendendoli ancora più belli e soprattutto unici. Quale esempio migliore di resilienza? Sarebbe bello prendere ad esempio dal Kintsugi anche nel guarire e nel rivalutare le nostre ferite.

Le cicatrici sono belle, quelle fisiche e quelle psicologiche: sono l’orgoglio di chi ha visssuto e combattuto. Non ci dovrebbe essere vergogna nell’aver sofferto, nell’essere stati imperfetti, nell’essere caduti in un errore o in una avversità. A volte invece cediamo alla tentazione di buttare via tutto, di chiudere un capitolo doloroso della nostra vita con una porta stagna, liquidandolo con una valutazione negativa e rancorosa.

Questo non fa bene al nostro senso di identità e di autostima; anche nella peggiore delle esperienze c’è qualcosa da salvare, da valorizzare. kintsugi2Un insegnamento, una consapevolezza accresciuta, una strategia in più conquistata. Etichettare tutto come un fallimento ci costringe a svalutare anche un pezzo di noi stessi, a considerarci incapaci o sciocchi per non aver saputo gestire la situazione o per non aver evitato di finirci in mezzo.

Le ferite sono parte della vita, invece, come le cadute, le false strade, i tentativi non andati a buon fine. Se pensiamo a quello che ci ha reso quelli che siamo, troveremo senz’altro più formativi i momenti negativi che i successi.

Perché allora nel nostro mondo le cicatrici si devono nascondere? Perché fare finta di essere intoccabili e intoccati da ogni avversità? Non è molto più lusinghiero ostentare una guarigione indiscutibile che una presunta invulnerabilità?

kintsugi1Prendiamo esempio da questi meravigliosi manufatti. Quello che rende ciascuno di noi davvero speciale sono le linee attraverso cui la vita ci ha segnato e insegnato; quello che ci rende veramente forti è come abbiamo saputo ricomporre una frattura in una meravigliosa opera d’arte.

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