The end (explicit semper certus…)

Nel giugno del 2014, nell’ambito delle iniziative di Letti di Notte, quei burloni della Libreria Mondadori Via Piave indissero un concorso letterario siffatto, dal titolo “The end.”

“…Una fitta improvvisa e Lux rovinò sul tappeto. Poi rantolò e, finalmente, solo allora,  scovò  quel maledetto, ultimo, pezzo.”

Cosa avrà portato a questa scena?
Quale incrocio di eventi e destini si sono susseguiti fino a questo punto?
Immergetevi in questo finale e raccontateci la vostra storia.

C’era di che sbizzarrire la fantasia di chiunque, e la mia galoppò a tal punto che proposi a mio marito di partecipare con un racconto scritto a quattro mani. Ci costò quasi il divorzio, ma vincemmo il concorso.

Ernst Grunfeld introduce this defense against none other than Alexander Alekhine in Vienna in 1922.
Ernst Grunfeld introduce this defense against none other than Alexander Alekhine in Vienna in 1922.

 

Solstizio di sangue

di Lidia Calvano e Stefano Sappino

 

Erano le notti più corte dell’anno, calavano senza fretta dopo serate luminose e prolungate. I petali di magnolia cadevano alla spicciolata, bruniti dal sole ma ancora intrisi della loro fragranza soave; i gechi emettevano il loro “gnek” dalle crepe roventi dei muri; i pipistrelli con voli spezzati si ingozzavano di insetti molesti. E Lux riusciva persino a godere di questi dettagli, da dietro le finestre aperte del salone, nonostante stesse per morire, o forse appunto per questo.

Una profonda ferita di coltello al polmone lo stava lentamente dissanguando, inondandogli il fiato di sangue; anche se non fosse stato legato a quella sedia, difficilmente avrebbe potuto chiedere aiuto in qualche maniera.

Era colpa di quel maledetto caso se versava in quella situazione incresciosa, ma non faticava ad ammettere che a essergli fatale era stata principalmente la sua presunzione; aveva compiuto un’ingenuità indegna della sua esperienza decennale di investigatore, e ora ne avrebbe pagato le conseguenze fino in fondo.

Gli omicidi seriali avevano solleticato le pruderie di mezza nazione, i giornali e media ci si erano tuffati con voluttà. Ogni primo venerdì del mese, da più di un anno, all’uscita di qualche discoteca, spariva un ragazzo, tra i venti e i trent’anni. Ricompariva poi nel corso delle settimane successive, un po’ per volta, sparso per la città, un reperto anatomico dopo l’altro, ritrovato sulla scorta di puntuali segnalazioni anonime. E non ne scompariva un altro se prima non era stato ricomposto il precedente. Le vittime sembravano non avere nulla che le accomunasse, a parte la relativa facilità con cui potevano essere predate: tutte uscivano dal locale da sole e in condizioni non proprio di lucidità. Ben presto si era definito il copione: i corpi erano sezionati accuratamente in 16 pezzi, otto piccoli, le dita delle mani, sei più grandi, simmetrici tra di loro a coppie, due più ampi e differenti. Qualche cervellone della questura aveva ipotizzato che ci fosse di mezzo qualcosa con gli scacchi, e ci si era messi alla ricerca di un detective che fosse anche esperto di quel gioco. “Ci sarebbe il Bazzaghi…” avevano proposto i colleghi. Bazzaghi Dino, classe ’51, detto “Lux”, doveva il suo soprannome e la sua fama a un paio d’intuizioni con le quali era venuto a capo di casi particolarmente intricati. Che fosse stato anche Maestro Internazionale di scacchi lo ricordavano in pochi; la sua precoce e promettente carriera si era interrotta improvvisamente molti anni prima, per motivi sui quali il Bazzaghi stesso amava sorvolare. “Ho abbracciato la non violenza”, rispondeva a chi lo interrogava in proposito. In forza di tali referenze, il Lux venne quindi cooptato nelle indagini.

Il momento era critico: la quattordicesima vittima era sta ritrovata, stavolta quasi completa dopo il tredicesimo pezzo. Mancava solo l’occhio sinistro, e questo strideva, poiché non corrispondeva al modus operandi consolidato; anche il messaggio pubblicato dal killer, su una bacheca on line, che in genere annunciava il luogo dell’occultamento dei macabri pezzi, era sibillino, stavolta: “Non avrei certo preso la Donna, altrimenti”.

Per tutti gli inquirenti questa discontinuità nelle abitudini del maniaco significava che rilanciava la posta, sfidando le forze dell’ordine e beffeggiandole per la loro inconcludenza; quando ciò accadeva, in genere, l’assassino si sbilanciava in un passo falso e la cattura era vicina. Per Lux invece i nuovi indizi si erano tradotti nell’identificazione certa del killer, il Maestro Internazionale Antonio Bradistoni, e del suo movente.

Lui e Bradistoni si erano incontrati una sola volta, nella partita decisiva del torneo di Amburgo, nella sua vita precedente. Il clamoroso errore di Bradistoni, che “mangiando” la Regina era caduto nella sua trappola, alla quindicesima mossa della Difesa Grünfeld, con scacco matto alla mossa seguente, era inconcepibile per un giocatore del suo livello, e aveva posto fine alla sua carriera, ma anche a quella di Lux.

Bradistoni lo aveva accusato di averlo volontariamente distratto, starnutendo mentre sorbiva un caffè e mandandogli nell’occhio sinistro dei cristalli di zucchero, causandogli una dolorosa lesione alla cornea, e che solo per questo “incidente” era caduto nell’errore fatale. L’inchiesta che ne era seguita non aveva completamente scagionato Lux il quale, disgustato, aveva abbandonato il mondo degli scacchi. Bradistoni era scomparso, anche se molti sostenevano di riconoscere il suo stile di gioco in alcuni forum di sfide on line.

Lux ne era certo. Lo stava sfidando a continuare quella partita che aveva segnato le loro esistenze, in un gioco simbolico dove tutto era perfettamente studiato e la posta erano delle giovani vite: le vittime fatte ritrovare in sedici sezioni che simboleggiavano i pezzi, e ogni cadavere, finora quattordici, rappresentava una mossa del Bianco, il killer, tante quante erano nella famosa partita prima del sacrificio della Regina Nera.

Il numero minore di pezzi dell’ultima vittima, della quale mancava alla ricomposizione non casualmente l’occhio sinistro, e il messaggio criptico facevano anch’essi chiaro riferimento a quella partita, sfida che stavolta il Bradistoni non intendeva perdere.

Lux ricostruì facilmente dove si potesse trovare il pezzo mancante: su una mappa della città quadrettata a scacchiera, i punti dei tristi ritrovamenti dell’ultimo corpo corrispondevano alle prime tredici mosse canoniche del Bianco nella Difesa Grünfeld; la prossima, che avrebbe dovuto portare al rinvenimento dell’occhio mancante, indicava un’antica villa non lontana dal centro, immersa in un piccolo parco. Lux era quasi certo che vi avrebbe trovato una scacchiera da torneo, con i pezzi disposti come quel giorno, e che nelle intenzioni del suo avversario da lì in poi la storia si sarebbe dipanata in modo differente.

Qui commise il suo, di errore fatale; non dire a nessuno dove stesse andando, né delle sue intuizioni in merito al caso. Più che all’appuntamento con un geniale assassino stava recandosi a una sfida con un grande rivale, con il quale troppe cose erano rimaste in sospeso da tempo. I giocatori di scacchi hanno una loro etica, pensava il Lux.

Nella villa abbandonata aveva difatti trovato quello che si aspettava; un salone dall’atmosfera polverosa, un tavolino ben illuminato dal sole estivo, due sedie contrapposte, la scacchiera, gli orologi da competizione fermi ai tempi di allora, la sua Regina Nera provocatoriamente offerta in presa. Non rimaneva che sedersi, e attendere. Non avrebbe mai perso una partita con Bradistoni, pazzo o meno. Toccava al Bianco.

Si era risvegliato che il sole stava quasi tramontando. Era legato alla sedia, un cerotto sulla bocca, un dolore acutissimo al fianco destro, un sapore metallico in bocca e la sensazione di svenire da un momento all’altro. Bradistoni era seduto di fronte a lui, composto, e aspettava che il Lux fosse in grado di comprendere quello che aveva da dirgli.

“Quanto tempo, Dino…” esordì pacatamente. “Farei un torto alla tua intelligenza se mi mettessi a spiegarti perché e per come ti ho condotto fin qui, vero?”

Brandistoni fece una pausa a effetto.

“Ma almeno un paio di cose mi prenderò la soddisfazione di dirtele, velocemente, non vorrei abusare del tuo prezioso tempo. L’occhio che stavi cercando è qui, in questa sala; noi professionisti abbiamo un’etica, non ti avrei mai fatto venire qui con l’inganno. Se avrai tempo e voglia, potrai divertirti a cercarlo. La seconda cosa risponde a quella che credo sia la tua curiosità più forte in questo momento: perché non ti ho ucciso subito? Sai, come diceva il grande Fischer dei suoi avversari, “mi piace vederli dibattersi”. Ti auguro buona serata, Dino, il piacere stavolta è stato tutto mio.”

Brandistoni si alzò, s’inchinò al suo dirimpettaio, si aggiustò gli occhiali e fece per uscire dalla stanza. Invece si fermò a guardare ancora un attimo la scacchiera e mosse per il Bianco, senza toccare la Regina Nera. Quindi lasciò solo Lux nella luce del crepuscolo.

La fine si avvicinava, il suo sguardo si annebbiava, ma Lux non era ancora pronto a morire. Una casella mancava ancora al puzzle, e la sua mente non si rassegnava ad andarsene senza aver risolto anche quell’ultimo interrogativo. Nel tentativo di racimolare ancora qualche istante di coscienza, tentò come poteva di raggiungere una posizione orizzontale, oscillando con tutta la sedia alla quale era legato.

Una fitta improvvisa e Lux rovinò sul tappeto. Poi rantolò e, finalmente, solo allora, scovò quel maledetto, ultimo, pezzo.

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