Politicamente scorretto: contro la performance, il coaching e tutte le altre cose

Il traguardo - 1907 Felice Nazzaro su Fiat vince la 2^ Targa Florio

La cultura occidentale sta diventando una specie di Olimpiade perenne. Qualsiasi sia la tua specialità, che tu sia un atleta normodotato o meno, hai il dovere di porti un obiettivo. Concreto, definito, raggiungibile, quantificabile, misurabile, scomponibile in step intermedi. Quindi devi perseguirlo con tutte le tue forze, con dedizione, costanza, allenamento, resilienza.

Se la motivazione vacilla devi rinnovarla, se il fallimento ti piega devi rialzarti, se qualcuno ti supera devi correre più veloce di lui.

E questo non perché sia utile alla società o aumenti le tue aspettative di vita, ma solo perché è l’unica strada per raggiungere le felicità. Dicono. Peccato che di milioni di atleti professionisti che si allenano nel mondo per ogni disciplina, solo TRE ogni quattro anni salgano su un podio.

E gli altri? Désolé.

E non mi si venga a dire che si gareggia per partecipare. Fatto salvo lo spirito sportivo e di lealtà tra concorrenti, si gareggia per vincere. Per vincere ci si sottopone ad allenamenti estenuanti, privazioni, isolamento sociale, ritiri atletici, umiliazioni, dolori, infortuni. Un sacco di roba a cui noi persone normali non possiamo neppure arrivare con l’immaginazione. Ma tant’è, è una loro scelta consapevole.

TESTATA1Non ci rendiamo conto, invece, che anche nella vita quotidiana tutti noi siamo spinti in modo più o meno occulto a primeggiare a ogni costo. Nel numero di like ottenuti, di libri venduti, di incentivi guadagnati al lavoro, di gadget di lusso acquistati.

Se quello che fai non lo fai all’eccellenza, non sei nessuno. Attenzione, non se non lo fai al tuo meglio, ma meglio di chiunque. Solo in questo, dicono, ci può essere soddisfazione e realizzazione personale.

Sarà. Io vedo solo tanta frustrazione che ci sta sommergendo. L’unico risultato di questa corsa a una presunta autorealizzazione, del porsi obiettivi sempre più sfidanti, uno dopo l’altro, è vedere aumentare in modo diffuso l’aggressività e il risentimento per non poter primeggiare, emergere, sfondare.

Ci hanno insegnato che se si è abbastanza bravi e tenaci si può arrivare ovunque. Ma non è vero. È la più grande bufala educativa degli anni ’70 e seguenti.

Il successo è fatto a piramide molto stretta, e scalarlo richiede una serie di variabili a favore per la maggior parte non controllabili e che spesso nulla hanno a che vedere con il merito personale.

imagesIl rovescio del sillogismo-bufala, d’altro canto, ossia se non arrivi in alto vuol dire che non sei stato abbastanza bravo o perseverante, è quanto di più deleterio possa esistere per l’opinione che abbiamo di noi stessi e per la nostra serenità.

La domanda fondamentale che dovremmo porci dunque non è quale obiettivo vogliamo raggiungere in una certa fase della vita, ma se vogliamo trascorrerla correndo appresso a un traguardo o camminando per goderci il tragitto.

 

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