È tutta colpa dei social (?)

Dicono che Facebook renda tristi e secondo me è vero. Almeno ha questo effetto su molti di noi, o in alcuni momenti della nostra vita. In realtà ci rende anche arrabbiati, delusi, avviliti, depressi, insicuri.

235-1977sCosa cerchiamo sui social? Non informazioni, di certo, né spunti. Cerchiamo intrattenimento e consenso. Spesso però troviamo disappunto e disconferme. E in più c’è il terribile meccanismo del confronto, vera arma a doppio taglio come un’ascia bipenne.

Andiamo con ordine. Il nostro cervello, quanto a benessere, capisce due sole cose: appagamento o frustrazione, il tutto mediato da neurotrasmettitori ben precisi su altrettanto ben definite aree cerebrali. Il nostro desiderio di appagamento è così forte che, pur in presenza di qualche martellata sui denti, non smetteremo di cercare la gratificazione in quell’ambiente, se almeno una volta ve l’avevamo trovata. (Facciamo finta di non cogliere il collegamento di questo principio con le esperienze sentimentali nostre e dei nostri amici).

Il successo dei social non si basa sulla voglia di essere connessi con i nostri antipatici compagni del liceo, ma su questo meccanismo compulsivo di ricerca delle cose piacevoli. Tutti parliamo anche un po’ male di FB, ma facciamo una gran fatica a staccarcene. Perché ci serve per i contatti, per lavoro, per pubblicità, ci giustifichiamo. Bugia. In realtà ci stiamo attaccati come il topino alla leva che gli somministra il cibo (vedi esperimento di Skinner). scatola_di_skinnerIn presenza della ricompensa, la cavia aumenta la frequenza del comportamento premiato. Se il premio viene offerto non ogni volta ma solo di tanto in tanto, premerà la leva ancor più freneticamente. È un po’ come funziona il gambling, il gioco d’azzardo compulsivo.

Siamo tutti drogati dunque dai social? Di sicuro siamo condizionati da essi e almeno un po’ dipendenti.

Quali sono dunque le nostre ricompense, quelle che ci ingaggiano con più efficacia sui siti, al punto di controllarli più e più volte al giorno? Le notifiche, naturalmente. Ossia la notizia che qualcuno ci ha scritto (quindi pensato, cercato), i like che abbiamo ricevuto (quindi chi ci dà riconoscimento sociale), i commenti ai nostri contenuti (idem). Meno entusiasmanti i post altrui e le loro vicende, a parte la possibilità di esprimerci su di essi e di conseguenza collezionare like sui pareri che esterniamo.

Ci interessa la visibilità, dunque, perché veicola la sensazione che siamo considerati, che gli altri ci trovano divertenti, arguti, intelligenti. A scriverlo sembra così banale e infantile, forse perché i meccanismi della gratificazione si allocano nella parte non verbale del cervello… Eppure sono così potenti! Non a caso i like, i follower sono diventati moneta contante. Si scambiano, si usano per pesare il valore di un profilo, di una pagina, di un blog, anche a livello monetario, se si vuole investire in pubblicità, o proporre un affare al profilo in questione. Io ti faccio entrare nella mia squadra, purché tu mi porti in dotazione il tuo portfolio di consensi.

Ma torniamo al nostro buono o cattivo umore davanti alla tastiera.

Quanto ci sentiamo soddisfatti se il nostro post di opinioni, o la nostra foto di famiglia, o la recensione su un libro o un film ottengono like e condivisioni, commenti positivi ed elogi?

Molto, direte voi. Alt. Dipende, dico io. Qui entra in gioco un secondo e ancor più ferale meccanismo di gratificazione/frustrazione: il confronto. Non basta che io abbia un tot di like per sentirmi felice (se no la dipendenza come si crea?). Ne voglio di più di quanti ne avessi ieri. E soprattutto più ancora del mio amico/concorrente/rivale della porta accanto.

Proprio come in un gioco, però, a volte si vince, a volte si perde. A volte si bara, anche. Spesso si bluffa. Perché se mi fa godere avere più consensi del vicino, mi fa ancora più godere “far vedere” che ne ho, anche se non è proprio così. Ma se riesco a effettuare il sorpasso, in qualsiasi modo, uscirò comunque vincente dal confronto (pazienza se non sarà stato più bravo, mi accontenterò di essere stato più furbo). La frustrazione del mio avversario, in una competizione, attiverà la mia gioia. (Piccola parentesi. Una delle parole più usate nei battibecchi su FB è “invidia”. Ogni conflitto viene ricondotto a quest’emozione, attribuita all’avversario. L’invidia altrui ci fa sentire grandi, è la controprova che abbiamo vinto il confronto: la mia gratificazione è salva anche se mi hanno preso a ortaggi marci in faccia.)giotto_-_scrovegni_-_-48-_-_envy

La statistica, tuttavia, e anche un po’ la malizia dell’algoritmo dei social, rema contro la nostra felicità. Sono più le volte che ciò che pubblichiamo passa inosservato, che il contrario. Eppure, come Skinner insegna, questa frustrazione parziale è ben lungi dal farci desistere, anzi. Ci incolla sempre di più alle notifiche e moltiplica i nostri sforzi per emergere all’attenzione altrui.

“Altrui” è la parola chiave, in un contesto sociale. Io metto il mio umore nelle mani degli altri, alla ricerca della loro approvazione e ammirazione. Sui social siamo tutti attori che salgono sul palcoscenico alla ricerca di un applauso, cercando di mettere in mostra il meglio che abbiamo, per apparire migliori e più appetibili del comprimario che ci recita accanto. Ma i social hanno più attori che spettatori. Siamo miliardi di stelle alla ricerca di qualche satellite da catturare nella nostra orbita. La caccia non può andare bene tutti i giorni, e ci saranno sempre stelle più brave a brillare di noi.

Ecco perché Facebook ci rende tristi. Ecco perché lo amiamo nonostante questo. Perché basta una piccola vincita al gratta e vinci, e la reinvestiremo subito nel comprarne un altro. Non ci fanno felici i soldi, ma il vincere in sé, e quella meravigliosa sensazione di aspettativa mentre il centesimo gratta via la stagnola. Oppure mentre ricarico la pagina per vedere quanti avranno interagito dall’ultima volta che ho controllato. Una decina di like ci fa sentire fichissimi e ci fa apparire fichissimi. E io stessa, nel segreto del mio monitor, sono impaziente di vedere come si impenneranno le statistiche WordPress dopo questo articolo. Tanto, sono piccole soddisfazioni a costo zero, o no?

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