È tutta colpa dei social (?)

Dicono che Facebook renda tristi e secondo me è vero. Almeno ha questo effetto su molti di noi, o in alcuni momenti della nostra vita. In realtà ci rende anche arrabbiati, delusi, avviliti, depressi, insicuri.

235-1977sCosa cerchiamo sui social? Non informazioni, di certo, né spunti. Cerchiamo intrattenimento e consenso. Spesso però troviamo disappunto e disconferme. E in più c’è il terribile meccanismo del confronto, vera arma a doppio taglio come un’ascia bipenne.

Andiamo con ordine. Il nostro cervello, quanto a benessere, capisce due sole cose: appagamento o frustrazione, il tutto mediato da neurotrasmettitori ben precisi su altrettanto ben definite aree cerebrali. Il nostro desiderio di appagamento è così forte che, pur in presenza di qualche martellata sui denti, non smetteremo di cercare la gratificazione in quell’ambiente, se almeno una volta ve l’avevamo trovata. (Facciamo finta di non cogliere il collegamento di questo principio con le esperienze sentimentali nostre e dei nostri amici).

Il successo dei social non si basa sulla voglia di essere connessi con i nostri antipatici compagni del liceo, ma su questo meccanismo compulsivo di ricerca delle cose piacevoli. Tutti parliamo anche un po’ male di FB, ma facciamo una gran fatica a staccarcene. Perché ci serve per i contatti, per lavoro, per pubblicità, ci giustifichiamo. Bugia. In realtà ci stiamo attaccati come il topino alla leva che gli somministra il cibo (vedi esperimento di Skinner). scatola_di_skinnerIn presenza della ricompensa, la cavia aumenta la frequenza del comportamento premiato. Se il premio viene offerto non ogni volta ma solo di tanto in tanto, premerà la leva ancor più freneticamente. È un po’ come funziona il gambling, il gioco d’azzardo compulsivo.

Siamo tutti drogati dunque dai social? Di sicuro siamo condizionati da essi e almeno un po’ dipendenti.

Quali sono dunque le nostre ricompense, quelle che ci ingaggiano con più efficacia sui siti, al punto di controllarli più e più volte al giorno? Le notifiche, naturalmente. Ossia la notizia che qualcuno ci ha scritto (quindi pensato, cercato), i like che abbiamo ricevuto (quindi chi ci dà riconoscimento sociale), i commenti ai nostri contenuti (idem). Meno entusiasmanti i post altrui e le loro vicende, a parte la possibilità di esprimerci su di essi e di conseguenza collezionare like sui pareri che esterniamo.

Ci interessa la visibilità, dunque, perché veicola la sensazione che siamo considerati, che gli altri ci trovano divertenti, arguti, intelligenti. A scriverlo sembra così banale e infantile, forse perché i meccanismi della gratificazione si allocano nella parte non verbale del cervello… Eppure sono così potenti! Non a caso i like, i follower sono diventati moneta contante. Si scambiano, si usano per pesare il valore di un profilo, di una pagina, di un blog, anche a livello monetario, se si vuole investire in pubblicità, o proporre un affare al profilo in questione. Io ti faccio entrare nella mia squadra, purché tu mi porti in dotazione il tuo portfolio di consensi.

Ma torniamo al nostro buono o cattivo umore davanti alla tastiera.

Quanto ci sentiamo soddisfatti se il nostro post di opinioni, o la nostra foto di famiglia, o la recensione su un libro o un film ottengono like e condivisioni, commenti positivi ed elogi?

Molto, direte voi. Alt. Dipende, dico io. Qui entra in gioco un secondo e ancor più ferale meccanismo di gratificazione/frustrazione: il confronto. Non basta che io abbia un tot di like per sentirmi felice (se no la dipendenza come si crea?). Ne voglio di più di quanti ne avessi ieri. E soprattutto più ancora del mio amico/concorrente/rivale della porta accanto.

Proprio come in un gioco, però, a volte si vince, a volte si perde. A volte si bara, anche. Spesso si bluffa. Perché se mi fa godere avere più consensi del vicino, mi fa ancora più godere “far vedere” che ne ho, anche se non è proprio così. Ma se riesco a effettuare il sorpasso, in qualsiasi modo, uscirò comunque vincente dal confronto (pazienza se non sarà stato più bravo, mi accontenterò di essere stato più furbo). La frustrazione del mio avversario, in una competizione, attiverà la mia gioia. (Piccola parentesi. Una delle parole più usate nei battibecchi su FB è “invidia”. Ogni conflitto viene ricondotto a quest’emozione, attribuita all’avversario. L’invidia altrui ci fa sentire grandi, è la controprova che abbiamo vinto il confronto: la mia gratificazione è salva anche se mi hanno preso a ortaggi marci in faccia.)giotto_-_scrovegni_-_-48-_-_envy

La statistica, tuttavia, e anche un po’ la malizia dell’algoritmo dei social, rema contro la nostra felicità. Sono più le volte che ciò che pubblichiamo passa inosservato, che il contrario. Eppure, come Skinner insegna, questa frustrazione parziale è ben lungi dal farci desistere, anzi. Ci incolla sempre di più alle notifiche e moltiplica i nostri sforzi per emergere all’attenzione altrui.

“Altrui” è la parola chiave, in un contesto sociale. Io metto il mio umore nelle mani degli altri, alla ricerca della loro approvazione e ammirazione. Sui social siamo tutti attori che salgono sul palcoscenico alla ricerca di un applauso, cercando di mettere in mostra il meglio che abbiamo, per apparire migliori e più appetibili del comprimario che ci recita accanto. Ma i social hanno più attori che spettatori. Siamo miliardi di stelle alla ricerca di qualche satellite da catturare nella nostra orbita. La caccia non può andare bene tutti i giorni, e ci saranno sempre stelle più brave a brillare di noi.

Ecco perché Facebook ci rende tristi. Ecco perché lo amiamo nonostante questo. Perché basta una piccola vincita al gratta e vinci, e la reinvestiremo subito nel comprarne un altro. Non ci fanno felici i soldi, ma il vincere in sé, e quella meravigliosa sensazione di aspettativa mentre il centesimo gratta via la stagnola. Oppure mentre ricarico la pagina per vedere quanti avranno interagito dall’ultima volta che ho controllato. Una decina di like ci fa sentire fichissimi e ci fa apparire fichissimi. E io stessa, nel segreto del mio monitor, sono impaziente di vedere come si impenneranno le statistiche WordPress dopo questo articolo. Tanto, sono piccole soddisfazioni a costo zero, o no?

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Politicamente scorretto: contro la performance, il coaching e tutte le altre cose

Il traguardo - 1907 Felice Nazzaro su Fiat vince la 2^ Targa Florio

La cultura occidentale sta diventando una specie di Olimpiade perenne. Qualsiasi sia la tua specialità, che tu sia un atleta normodotato o meno, hai il dovere di porti un obiettivo. Concreto, definito, raggiungibile, quantificabile, misurabile, scomponibile in step intermedi. Quindi devi perseguirlo con tutte le tue forze, con dedizione, costanza, allenamento, resilienza.

Se la motivazione vacilla devi rinnovarla, se il fallimento ti piega devi rialzarti, se qualcuno ti supera devi correre più veloce di lui.

E questo non perché sia utile alla società o aumenti le tue aspettative di vita, ma solo perché è l’unica strada per raggiungere le felicità. Dicono. Peccato che di milioni di atleti professionisti che si allenano nel mondo per ogni disciplina, solo TRE ogni quattro anni salgano su un podio.

E gli altri? Désolé.

E non mi si venga a dire che si gareggia per partecipare. Fatto salvo lo spirito sportivo e di lealtà tra concorrenti, si gareggia per vincere. Per vincere ci si sottopone ad allenamenti estenuanti, privazioni, isolamento sociale, ritiri atletici, umiliazioni, dolori, infortuni. Un sacco di roba a cui noi persone normali non possiamo neppure arrivare con l’immaginazione. Ma tant’è, è una loro scelta consapevole.

TESTATA1Non ci rendiamo conto, invece, che anche nella vita quotidiana tutti noi siamo spinti in modo più o meno occulto a primeggiare a ogni costo. Nel numero di like ottenuti, di libri venduti, di incentivi guadagnati al lavoro, di gadget di lusso acquistati.

Se quello che fai non lo fai all’eccellenza, non sei nessuno. Attenzione, non se non lo fai al tuo meglio, ma meglio di chiunque. Solo in questo, dicono, ci può essere soddisfazione e realizzazione personale.

Sarà. Io vedo solo tanta frustrazione che ci sta sommergendo. L’unico risultato di questa corsa a una presunta autorealizzazione, del porsi obiettivi sempre più sfidanti, uno dopo l’altro, è vedere aumentare in modo diffuso l’aggressività e il risentimento per non poter primeggiare, emergere, sfondare.

Ci hanno insegnato che se si è abbastanza bravi e tenaci si può arrivare ovunque. Ma non è vero. È la più grande bufala educativa degli anni ’70 e seguenti.

Il successo è fatto a piramide molto stretta, e scalarlo richiede una serie di variabili a favore per la maggior parte non controllabili e che spesso nulla hanno a che vedere con il merito personale.

imagesIl rovescio del sillogismo-bufala, d’altro canto, ossia se non arrivi in alto vuol dire che non sei stato abbastanza bravo o perseverante, è quanto di più deleterio possa esistere per l’opinione che abbiamo di noi stessi e per la nostra serenità.

La domanda fondamentale che dovremmo porci dunque non è quale obiettivo vogliamo raggiungere in una certa fase della vita, ma se vogliamo trascorrerla correndo appresso a un traguardo o camminando per goderci il tragitto.

 

Un passo indietro

Lasciare-andareQuando ogni tentativo ragionevole fallisce, non resta che smettere.

Non è del tutto vero infatti che nulla è impossibile a chi vuole. Arriva sempre un punto in cui siamo costretti a fare il bilancio di quanto ci costerebbe tentare ancora piuttosto che rinunciare.

Qual è il difficile limite tra il perseverare e l’abbandonare? Quando è il momento in cui desistere non è più espressione di scarsa volontà e autostima, ma di sano pragmatismo e di autodifesa?

Nessuno può dircelo tranne il nostro cuore.

Quando un traguardo appare irraggiungibile, le speranze malriposte, il tono dell’umore si abbassa, il senso di fallimento prende il posto della gioia creativa, i pensieri vanno di continuo all’insuccesso, ecco, quello è il momento di liberarci da un obiettivo che non ci fa più crescere, che non ci dà energia positiva ma ci avvilisce.

Non è destinato a me, dirà qualcuno.

È fuori dalla mia portata, penserà qualche altro.

Di sicuro, non è immolando le nostre forze e la nostra serenità a un’attività priva di riscontri positivi che faremo il nostro bene.

E i sogni che avevamo coltivato, dunque, che fine faranno?

Occorrerà lasciarli andare, come un palloncino gonfio di elio, verso un’altra realtà.

A noi resterà dapprima un grande vuoto, un senso di incapacità, inadeguatezza, perdita, rimpianto.

Poi la vita e il tempo ci guariranno. Lo fanno sempre.

Verona e il pensiero positivo

Nonostante la storia di Romeo e di Giulietta di edificante e speranzoso non abbia molto, Verona è stato uno scenario meraviglioso per parlare di ottimismo e positività. Forse avranno aiutato la primavera, le belle persone che ho conosciuto al Forum Agenti, o quelle che ho abbracciato di nuovo con piacere dopo mesi, ma la cornice è stata perfetta per dare una spolveratina all’entusiasmo e alla fiducia nel futuro. Vorrei condividere in questo post le slide che hanno accompagnato i miei speech, sperando che gli stratagemmi che abbiamo esplorato con i partecipanti possano illuminare anche le vostre giornate.

P.S.: La palpatina al seno di Giulietta, in ogni caso, non me la sono fatta mancare 🙂

lidia e giulietta

 

attitude for happiness forum agenti verona 2016

 

Siamo tutti bianconigli

honeysuckleE voi la sentite la primavera? Fate caso all’odore inebriante dei gelsomini, mischiato ai pitosfori, ai glicini, alle zagare, i caprifogli, le fresie? Vi sentite diversi svegliandovi la mattina di buon’ora con il cielo già chiaro?

Oppure per voi la primavera significa solo antistaminici, i primi caldi, insonnia, stanchezza, o la promessa delle vacanze estive? Vi fermate anche solo per un attimo a sentire che il mondo vi gira sotto i piedi, oppure ve lo lasciate scorrere attraverso come foste fantasmi?

È tardi, è tardi, è tardi, diceva il bianconiglio, brandendo il suo orologio da panciotto. Anche noi passiamo le giornate così. Tra lavoro e incombenze di ogni genere. Per il resto del tempo vogliamo solo non pensare. Va bene tutto a questo scopo. La tv ipnotica, i cellulari e le loro notifiche inutili in tempo reale, giochi elettronici e gossip planetario sul computer.

Di cosa ci interessa veramente? Dell’ultima uscita infelice del politico estero, della mise provocante dell’attricetta al galà, dello youtuber demenziale, delle foto di cibo improbabile, di cosa un amico mai visto pensa su facebook? Davvero tutto questo è importante?

Non so dove ci siamo persi il ritmo della alice-in-wonderland-fantasy-computer-animation-comedy-adventure-film-white-rabbitrealtà, forse è stata una cosa graduale, ancorché veloce, ma dobbiamo ammettere che ogni volta che preferiamo stare “altrove” piuttosto che rimanere nel presente e nelle sensazioni che ci offre noi stiamo fuggendo. Difesa comprensibile, se versiamo in una condizione sgradevole e di sofferenza. Altrimenti, rassegniamoci, stiamo solo scappando da noi stessi. Brutta compagnia che siamo diventati, per non sopportare di restare neanche un minuto soli con i nostri pensieri.

Four seasons

Ma non leggete oltre, che oggi sono pessimista. Uscite di casa, piuttosto, e godetevi tutti i profumi del mondo. La primavera vi è data in dono, non sprecatela. Ascoltate il vostro cuore, e indagate se vi sia un desiderio in fondo a esso a farvi sentire vivi. Rintracciate una qualsiasi emozione, a rassicurarvi che non siete ancora diventati un’intelligenza artificiale. In caso di risposta negativa, preoccupatevi seriamente, e correte ai ripari. Riprendetevi quel che è vostro, prima di smarrirlo per sempre.

Nessun fiocco di neve

snow-black-and-white-landscape-forest“Nessun fiocco di neve cade mai nel posto sbagliato.” Frase di origine incerta, ma decisamente suggestiva. Immagino un monaco tibetano che medita seduto in mezzo a una nevicata. Silenzio, pace, e consapevolezza che ciascuno di quei miliardi di particelle va a posarsi esattamente dove doveva. Comprese quelle che cadono sulla pelata del monaco e gli scivolano giù per la schiena.

A parte l’impatto emotivo, sono parole che danno da pensare. Dobbiamo credere che tutto è predestinato?  E il nostro libero arbitrio che fine fa? La nostra forza di volontà e’ ininfluente, il nostro impegno inutile? Zen e realizzazione degli obiettivi personali sono inconciliabili?

Ci ho pensato un po’ su, e come al solito me la sono aggiustata a modo mio, salvando capra e cavoli, sia la poesia zen che l’autodeterminazione occidentale. Il presente e’ immutabile, in questo senso non è mai sbagliato. Non lo possiamo cambiare mentre lo viviamo. Dei miliardi di possibili traiettorie per ogni singolo fiocco di neve, nell’istante in cui toccano terra ne resta una sola, obbligata da lì alla fine dei tempi.

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Ciò che è accaduto non può essere altrimenti. Il presente poteva essere cambiato nel passato, non più nel momento in cui si realizza. Dunque non c’è che prenderne atto, trarne insegnamento, contemplarlo, maledirlo, vantarsene, dimenticarlo, ma ben consci che non può essere diverso.

In questo senso il punto di caduta di un fiocco di neve è sempre quello giusto. Ormai i futuri potenziali e paralleli sono tagliati fuori. Un solo presente si verifica, tra tanti che avrebbero potuto. E lo stesso sarà domani, con la differenza che oggi invece sono ancora in tempo per cambiare quello che accadrà.
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Il mio monaco dunque domattina uscirà a meditare portandosi un ombrello, impattando drasticamente sul destino di milioni di fiocchi di neve, che continuerà tuttavia a essere quello giusto e inevitabile, nell’istante esatto in cui si compirà.

L’ora più buia

“L’ora più buia è sempre quella che precede l’arrivo del sole.” P. Coelho

Permettetemi, è una grande stupidaggine, una furbata letteraria a effetto. Siamo uomini, mica pianeti. Chi ci garantisce che domani nella nostra vita sorga il sole della fortuna, della gioia, del sollievo?

ora buiaL’ora più buia è quella in cui siamo in mezzo al guado, quando il ricordo dell’ultima gioia provata è troppo lontana ormai per rischiaraci l’animo, e l’orizzonte di ogni speranza ancora fuori dalla nostra portata visiva.

Nessuno, in quel pericoloso e angosciante braccio di mare, ci garantisce che toccheremo un giorno terra, e che l’alba seguirà alla notte. Siamo soli come non mai, della solitudine più tetra e fredda che sia concesso provare a un essere umano.

Cosa possiamo fare in quei momenti?

Pensare ad esempio che siamo marinai, non naufraghi. Che il timone della nostra vita lo abbiamo sempre nelle nostre mani, che qualche margine di decisione lo manteniamo, e che non è vero che siamo gusci di noce in balia degli elementi. la-zattera

Andiamo avanti, dunque, al meglio che sappiamo, perché se salvezza c’è sarà davanti a noi e non dietro. Non possiamo controllare tutte le correnti né i fortunali, ma conosciamo noi stessi e la nostra imbarcazione, e non è poco.

Sappiamo come nutrire la nostra anima, sappiamo in quale angolo del cuore c’è una ragione per non arrenderci, sappiamo quale sogno accarezzare a occhi aperti per non sentire la fame e la sete, e conosciamo in che pensieri cullare la nostra mente perché scivoli in un sonno sereno, nonostante tutto.

Possiamo sempre, in ogni condizione, resistere, andare avanti meglio che possiamo, scrutare l’orizzonte incessantemente alla ricerca di un’opportunità.william-turner-pescatori-in-mare-particolare_14

Nessuna battaglia è perduta fino a che la stiamo ancora combattendo.

Kintsugi

kintsugi1L’antica arte giapponese di riparare i vasi di ceramica con fusioni di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, rendendoli ancora più belli e soprattutto unici. Quale esempio migliore di resilienza? Sarebbe bello prendere ad esempio dal Kintsugi anche nel guarire e nel rivalutare le nostre ferite.

Le cicatrici sono belle, quelle fisiche e quelle psicologiche: sono l’orgoglio di chi ha visssuto e combattuto. Non ci dovrebbe essere vergogna nell’aver sofferto, nell’essere stati imperfetti, nell’essere caduti in un errore o in una avversità. A volte invece cediamo alla tentazione di buttare via tutto, di chiudere un capitolo doloroso della nostra vita con una porta stagna, liquidandolo con una valutazione negativa e rancorosa.

Questo non fa bene al nostro senso di identità e di autostima; anche nella peggiore delle esperienze c’è qualcosa da salvare, da valorizzare. kintsugi2Un insegnamento, una consapevolezza accresciuta, una strategia in più conquistata. Etichettare tutto come un fallimento ci costringe a svalutare anche un pezzo di noi stessi, a considerarci incapaci o sciocchi per non aver saputo gestire la situazione o per non aver evitato di finirci in mezzo.

Le ferite sono parte della vita, invece, come le cadute, le false strade, i tentativi non andati a buon fine. Se pensiamo a quello che ci ha reso quelli che siamo, troveremo senz’altro più formativi i momenti negativi che i successi.

Perché allora nel nostro mondo le cicatrici si devono nascondere? Perché fare finta di essere intoccabili e intoccati da ogni avversità? Non è molto più lusinghiero ostentare una guarigione indiscutibile che una presunta invulnerabilità?

kintsugi1Prendiamo esempio da questi meravigliosi manufatti. Quello che rende ciascuno di noi davvero speciale sono le linee attraverso cui la vita ci ha segnato e insegnato; quello che ci rende veramente forti è come abbiamo saputo ricomporre una frattura in una meravigliosa opera d’arte.

Forever young

Non ho la risposta per questo. Non possiamo impedire al tempo di passare, alla vita di lasciarci indietro rispetto a chi è più giovane, al nostro corpo di cambiare. E in fondo, che invecchiamo è profondamente giusto ed equo verso le nuove generazioni.

forever18Ma ci dispiace, e ci fa soffrire. Ci sentiamo meno attivi, meno amabili, meno affascinanti, meno performanti. In parte è vero. Soprattutto nella nostra modernità occidentale. In altri momenti storici la vecchiaia, il trascorrere del tempo erano sicuramente vissuti con altrettanta antipatia, ma c’era sempre un modo per onorare chi aveva numerose primavere sulle spalle, portandogli rispetto e ricorrendo alla sua saggia esperienza.

Invece oggi siamo soli con gli anni che passano. Nessuno ci considera di più dopo ogni compleanno, né ci chiede consiglio, né ci tratta come una risorsa importante della società.

La pressione commerciale e sociale verso il mantenimento della giovinezza, quand’anche solo nella sua apparenza, è invece fortissima. Solo il marketing ci corteggia senza tregua. Tutti vogliamo apparire più giovani, fare cose da giovani, sentire musica da giovani, avere divertimenti e interessi da giovani, sedurre partner più giovani di noi. E se qualcuno dice di essere indifferente ai capelli grigi, o alla calvizie, o alle rughe, o al rilassamento della pelle, propri o altrui, o è un opinion leader, o è un bugiardo.forever_young

Eppure con questa realtà dobbiamo fare i conti. Invecchiare è una fortuna. L’alternativa è sicuramente meno ricca di opportunità. Ma come farlo godendo dell’età che abbiamo, senza sentirci deprivati delle qualità che possedevamo, di quello che ci era consentito fare anni prima, e contemporaneamente senza cadere nel ridicolo o nell’ossessione di un estremo mascheramento estetico del dato anagrafico?die young

Ripeto, non ho la risposta, ma è quanto mai opportuno che ciascuno di noi la trovi dentro di sé. I più fortunati di noi passeranno metà della loro vita con i capelli grigi, il mal di schiena e le rughe, e per il nostro bene è importante trovare un modo di convivere pacificamente con tutto ciò.

Per quel che mi riguarda ho un’ipotesi: non funziona guardare con nostalgia al passato, rimpiangere quel che eravamo, diventare la nostra stessa caricatura.

Prendiamoci piuttosto dei rischi, arricchiamo le nostre giornate, creiamo dentro di noi l’attesa per qualcosa di bello. Questo forse può rievocare lo stato d’animo pieno di aspettative, progetti, entusiasmi e speranze di quando eravamo più giovani; forse è proprio quello, che ci manca, e che cerchiamo in tutti modi di riprodurre.plant-a-tree

Diventeremo vecchi a qualsiasi età, nel momento in cui non ci aspetteremo più nulla di buono dal futuro.

Quindi, qualsiasi età abbiamo, piantiamo un albero. Oggi stesso.

La passione fa soffrire

Incontro spesso persone che mi raccontano di non voler più lasciarsi andare a un amore incontrollato e passionale. Sono in genere reduci da separazioni, tradimenti, o abbandoni; esperienze molto dolorose, che vorrebbero non replicare mai più.pioggia

Rimanere per il resto della vita al riparo dall’ardore dell’innamoramento sembra loro la maniera migliore per proteggersi dalla sofferenza e dalla delusione. Molti giurano a se stessi che in futuro si concederanno solo a relazioni più pacate, mature, tiepide. Perché più affidabili, a loro parere, e soprattutto, meno dolorose nel momento in cui, per un motivo o per l’altro, dovessero finire.

In genere costoro sono molto solidi nel loro proponimento, e felici di esser giunti a questa salvifica decisione. Non vi è dubbio che il solo pensarlo li faccia sentire più protetti, meno vulnerabili, più fiduciosi in un futuro affettivo migliore. Tentare di far loro considerare questa risoluzione da un punto di vista critico è inutile, perché in quel momento è uno strumento di difesa irrinunciabile, e non un esercizio di discettazione filosofica.

L’amore per definizione non si può filtrare con il lume della ragione; è un’emozione, un sentimento travolgente, cui occorre abbandonarsi, per poterne godere. Una volta divampato, è quanto di più prepotente, egoista, costruttivo e distruttivo possa esistere. E’ inevitabile che nella maggior parte dei casi faccia morti e feriti. E nei casi rimanenti è destinato a trasformarsi, evolvendo in qualcos’altro, perché non si riuscirebbe a sopportare a lungo la sua potenza energetica.

Ma non è tuttavia l’efficacia di un tale evitamento che mi lascia perplessa, ma la sua tenuta nel tempo. Per parecchi mesi, forse anni, si può riuscire a navigare in uno stato emotivo senza picchi, a combustione lenta e controllata. Forse per tutta la vita, ma in questo caso, ne saremo, alla fine, contenti? canova

La decisione di vivere le relazioni in modo pacato e controllato, e parliamo non della loro evoluzione negli anni, ma come impostazione già all’inizio di una storia di coppia, a mio parere equivale a rinunciare all’innamoramento. Si evita di appassionarsi, e questo può far anche comodo, ma probabilmente anche di essere oggetto di passione, ed è qui che la teoria inizia a scricchiolare.

Per quanto tempo si può riuscire a sopire il desiderio di provare emozioni e sentimenti profondi, avvincenti, trasformativi come quelli dell’amore e dell’innamoramento? Per quanto tempo possiamo accettare il limbo di un’unione che non ha mai visto entusiasmo, desiderio, mancanza struggente, soprattutto incalzati come siamo dagli anni che passano e che portano via la nostra amabilità e la nostra avvenenza? Per quanto tempo possiamo sopportare di non essere a nostra volta oggetto di un intenso desiderio?

Quanto a lungo funzionerà come deterrente il ricordo del dolore passato? Si può riuscire a rinunciare per sempre a quel tipo di gioia assoluta, intensa, totalizzante, solo perché si è sicuri che prima o poi la si pagherà?

Ricordiamo le meravigliose parole del “amore ciecoProfeta” di Gibran:

“…ma se per paura cercherete nell’amore unicamente la pace e il piacere, allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dal giardino dell’amore, nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.”

E allora mi siedo metaforicamente sulla riva del fiume Tempo, aspettando fiduciosa che tutte quelle belle e tristi persone che mi raccontavano di voler passare oltre, di voler rinunciare, un giorno mi cerchino per dirmi: “Mi sono innamorato ancora, e stavolta è la persona giusta.”

Il potere della normalità

Se potessi ancora dire, a 50 anni, cosa vorrei fare da grande, sceglierei il conferenziere TED. Categoria ampia ed eterogena, invero, riservata a testimonial di eccezione, ricercatori, scienziati, artisti, inventori. E io non sono nulla di tutto questo. Mi accontenterei, tuttavia, di una piccola, breve conferenza per un argomento sul quale non servono particolari referenze accademiche. Mi piacerebbe parlare nelle vesti di un motivatore professionista.

Sembrerebbe che le mie chances di vedere realizzato il mio sogno siano molto basse, vero?

Chi sono infatti i motivatori famosi, quelli che fanno parlare di sé, i cui video diventano virali e sono rimbalzati da un giornale on line all’altro?

Appartengono fondamentalmente a due categorie. anthony-robbinsLa prima è quella dei super guru strapagati che riempiono gli stadi e ti fanno camminare sui carboni ardenti (alla Anthony Robbins, per capirci), pieni di carisma fino alle orecchie, dal fisico prestante, vestiti come i venditori americani anni ’70, il tono di voce potente e trascinante. Essi sono i testimonial di come il pensiero positivo, l’ottimismo, la forza di volontà, la PNL possono condurci al successo.

Lizzie-Velasquez-AlabamaU2La seconda è quella delle persone amabili quanto svantaggiate, come Lizzie Velasquez, afflitta da una grave malattia che la rende fragile e filiforme, o Nicholas James Vujicic, nato senza gli arti, eppure speaker motivazionale professionista, padre, marito. Di fronte a loro, alla loro forza, ai loro risultati, viene spontaneo dirsi: se ce l’hanno fatta loro, a superare i loro problemi, posso farcela anche io con i miei.

C’è un grosso “però” in questa dicotomia estrema. Entrambe le tipologie di motivatori ci emozionano, ci catturano, ci ispirano grandi propositi di cambiamenti e potenziamenti personali. Eppure. Finita la conferenza. L’effetto svanisce.

Li percepiamo come singolarità. Casi unici. Ascoltare le loro storie è avvincente, immedesimarsi in loro più difficile. Senza un carisma, un fisico e un’ambizione come quelli di Antony Robbins è difficile fare Antony Robbins, e quelli che ci provano riescono come pallide caricature.

Senza gli handicap di Lizzie e di Nicholas, senza la loro storia di difficoltà, bullismo subito, emarginazione, è difficile tirare fuori una simile voglia di rivalsa, di sfondare, di ribaltare tutte le scommesse negative su di loro.

La loro motivazione non ci contagia, non può. Non la viviamo sulla nostra pelle. Sono troppo diversi da noi.

Ecco perché quello che ci vuole per le persone “normali”, ossia nella media, con qualche fortuna e qualche sfortuna, con tante risorse e tanti punti deboli, secondo me è un motivatore che non sia un testimonial di un super-potere o di un super-successo o di una super-rivalsa.

Ci vuole un motivatore che abbia una vita, un’immagine, un approccio “nella norma”.

In cui tutti possano immedesimarsi. Una persona che non sia sicura di sé, ma ragionevolmente certa delle sue risorse. Che ammetta di farsi un bel pianto, ogni tanto, e poi di sentirsi meglio.paperinick

Che non pretenda di guidare gli altri per le vie del paradiso, ma semplicemente di condividere le strategie che in genere funzionano per uscire dalle peste.

Qualcuno che possiamo benissimo immaginare mentre scivola nel mood negativo, ma che è altrettanto credibile che ne sia uscito ogni volta.

Ecco perché, anche se questa idea non dà pace a mio marito, io credo di avere delle cose da dire sul pensiero positivo, e persino delle chances di finire su una TED qualsiasi, un giorno lontano. As long as I’m allowed to speak Italian. 🙂

Problem solving

Che cosa è un problema? E’ una discrasia tra un bisogno e la sua realizzazione.

Che non può essere risolta né con una mossa istintiva né con una strategia nota al solutore.

Ho sete, e sono a casa mia sotto la doccia – nessun problema.

Ho sete, sono per strada in una grande città di lingua a me nota – nessun problema.

Ho sete, sto correndo la Parigi – Dakar in moto, nel deserto, e mi si è spaccata la borraccia – il problema esiste.

I problemi quindi ci procurano una sequenza emotiva del tipo: disagio – attivazione – appagamento (o frustrazione, debbo aggiungere per i pessimisti).

Non tutti amano i problemi, perché ne soffrono soprattutto la prima fase, quella del fastidio per un bisogno non soddisfatto. Molti invece li trovano gratificanti, perché amano la sensazione di soddisfazione di quando li hanno risolti, e capiscono il loro valore educativo e di ampiamento delle nostre conoscenze e strategie.

Pochi ne possono fare a meno.

Senza problemi, è difficile attivarsi. Senza attivazione, è difficile vivere bene. Ci sarebbe sempre quell’altro grande motivatore del genere umano, quello con la A maiuscola, che poi in realtà si traduce quasi sempre nella nostra più grande fonte di problemi, a sua volta.

Qualcuno dice che si impara solo dalle sconfitte, ma non è completamente vero. Si imparerebbe tanto anche dalle vittorie, se non fossimo troppo impegnati a festeggiare e a goderci il riposo del guerriero, dopo un successo…

Rally_Dakar_2009_5Da una vittoria impariamo quale strategia ha funzionato, da una sconfitta quale invece no, e sono entrambe nozioni molto utili, ma di sicuro di più la prima, a meno di non volersi masochisticamente impegnare in una serie infinita di tentativi ed errori.

Suggerisco spesso ai miei interlocutori di “capitalizzare il proprio successo”, di non trattarlo come un evento unico, casuale, fortuito. Capitalizzare significa rifletterci, capire come è stato prodotto, individuare la strategia vincente e metterla a pieno titolo nella nostra cassetta degli attrezzi, non si sa mai, potrebbe servirci per una situazione analoga. Significa anche riconoscersi i propri meriti, senza superbia ma con una valutazione lucida e senza pregiudizi. Capire quali risorse è in nostro potere mettere in campo, e sapere che possiamo tirarle fuori ancora, se il momento lo richiederà.

In ogni caso, quindi, un problema ci insegna qualcosa di utile, se ci fermiamo a guardarlo da questo punto di vista e superiamo il disappunto per l’interruzione del nostro status quo ante. Non a caso ai bambini si assegnano problemi come compiti, e spesso da adulti siamo valutati per come reagiamo alle situazioni di difficoltà. Non a caso le più grandi scoperte scientifiche nascevano da un problema irrisolto (che magari era percepito come tale solo da una mente geniale).

I problemi assolvono ad un compito essenziale per il benessere di una persona: la fanno sentire viva, la fanno sentire efficace, le insegnano come diventare migliore.

Sarà per questo che, quando non ne abbiamo, sentiamo il bisogno di crearcene.

Curiosity killed the cat

Conosco tante persone che erano curiose. Esploravano. Giocavano. Rischiavano. Avevano sempre tanta voglia di andare avanti, di vedere cosa c’era dopo. Si disperavano, ma poi bastava quell’attimo giusto per ritirarle su e convincerle che c’era ancora da giocarsela. Si divertivano, un po’ piangevano, anche, ma non rimpiangevano mai di aver versato delle lacrime, perché faceva parte del pacchetto. Se corri alla disperata in un giardinetto pubblico, ti butti in picchiata da uno scivolo o dall’altalena, ci può stare che inciampi e ti sbucci un ginocchio e piangi. Poi passa.

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Queste persone piano piano hanno smesso di correre e di divertirsi. Anche di piangere. E hanno iniziato a rim-piangere. Non erano più bambini che giocavano al parco, erano nonni che leggevano in panchina gridando agli altri: “Stai attento a non cadere!”

Cosa tramuta i bambini in nonni? Perché i nonni non sono più curiosi? E’ l’età, l’esperienza, la pigrizia, la presunzione di aver già visto tutto, il tedio? Oppure è la paura, il cinismo, la disillusione, i pregiudizi?

E qual è il costo del perdere la curiosità? Quanto ci costa sederci a leggere il giornale facendo finta che sia il modo migliore per passare la giornata? Che prezzo paghiamo per abdicare all’esplorazione del mondo che ci circonda?

Lasciar perdere di esplorare non ha un’età precisa. Ci sono bambini che smettono prestissimo, e centenari che non ci pensano nemmeno. Quasi sempre sono i primi a sembrare più vecchi dei secondi. Se dovessi riassumere in un solo concetto il nemico più temibile dell’esplorazione e della curiosità, direi che sono i fallimenti. Fallire è uno dei nostri terrori più grandi, tanto più se ce ne possiamo addebitare la colpa diretta (ho fatto un errore) o indiretta (avrei dovuto capire che stavo facendo un errore). Addossarsi la responsabilità di un insuccesso è uno dei colpi più pesanti per la nostra autostima, soprattutto se ne deduciamo la nostra incapacità e ne profetizziamo la ripetibilità. Ma se c’è qualcosa di più pesante di un fallimento, è fallire dopo una precedente delusione, magari dopo averci messo tanto tempo per convincerci che dovevamo riprovarci. Lì si chiudono i portoni, lì rischiamo di convincerci che non è proprio cosa, che la panchina e la gazzetta sono il nostro unico destino.

In realtà, chiudersi alle scoperte o meno non dipende dal numero di porte in faccia abbiamo preso, ma come ce le siamo raccontate. Dal peso che abbiamo dato loro, da quanto abbiamo consentito che gli insuccessi facessero statistica.

Non da quanto ci hanno fatto soffrire, ma da quanto pensiamo di non reggere la sofferenza.  Da quanto abbiamo paura di addolorarci ancora, pesata rispetto al desiderio di raggiungere il successo e il nostro premio.

Curiosity_Mars2_1Premio? E qual è il nostro vero premio? Chi pensa quello che ci renderà felici e soddisfatti sarà il successo, il plauso, il traguardo, rischia davvero di bloccarsi davanti ad un ostacolo.

Il premio per il nostro coraggio di andare in giro, di sperimentare, di metterci in gioco, di correre i rischi non è raggiungere l’obiettivo, ma le emozioni che proviamo mentre ci attiviamo per perseguirlo. Il prezzo che deve sborsare chi mette fine alle proprie esplorazioni, e rinnega la sua curiosità, non è rimanere attestato sul poco o sul tanto che possiede, ma spegnersi dentro.

Questo è successo a quelle persone che conoscevo, e che per vari e persino giustificati motivi hanno deciso che non valeva più la pena di correre rischi e di buttarsi nella mischia. Non stanno poi tanto male, a giudicarle da fuori, ma da dentro vivono il più triste e desolato dei deserti dell’anima.

Non si innamorano, perché potrebbero essere lasciate. Non scommettono, perché potrebbero perdere. Non concorrono, perché potrebbero essere scartate. Non capiscono che quello che le fa sentire vive non è che le cose vadano bene una volta per tutte, ma il provarci. Non l’arrivo, ma la trepidazione dell’attesa. Non la sicurezza della meta raggiunta, ma, paradossalmente, proprio l’incertezza e la speranza.

Chiudete il giornale, allora, e lasciate che il bambino che sta dentro di voi scorrazzi un po’ in giro, senza un fine particolare, ma solo per il gusto di sentirsi libero di andare dove vuole. Senza aspettative, pronto a cogliere la bellezza ovunque essa decida di spuntare fuori. Solo un giretto, dai, cosa può succedere di male?…

Aisha

Un nitido e tiepido pomeriggio d’inverno. La mia avventura inizia in un posto un po’ insolito per un’esperienza formativa di zooantropologia: il parcheggio di Ikea. E’ lì che incontro Carlo, mio coach, amico e mentore in questa azzardatissima vicenda. No, non sono allergica a cani o cavalli, né li temo. Li rispetto, direi. E allora, andiamo. aisha1Arriviamo con la mia guida prudente nei pressi di Rocca Priora, terra per me assolutamente incognita, e ci accoglie nel suo “ranch” Letizia*, biologa e chissà quante altre cose sotto forma di una ragazza cordiale e alla mano. E poi non si tinge i capelli, come me. Mi sento subito a mio agio, nonostante il suo cane mi abbia preso di mira e mi distragga con una continua richiesta di attenzioni e coccole. A ben pensarci, ora che lo scrivo, prendere coscienza di quanto fossi imbranata ed imbarazzata ad accarezzarlo mi dovrebbe schiudere ben altre consapevolezze. Ma andiamo avanti. Letizia mi spiega come funzionerà il tutto, mi invita ad accogliere le mie sensazioni in modo non giudicante, e a concentrarmi sullo “stare”, sul contatto con la terra, con me stessa e le mie percezioni. Che vorrà mai dire, penso, speriamo di essere all’altezza. Usciamo di casa, e la vediamo: Aisha. Siamo qui per lei. Una splendida cavalla bianca, non ferrata, senza morso né sella, completamente libera nel suo pascolo, cresciuta nel rispetto delle sue esigenze naturali ed abituata a relazionarsi con gli esseri umani in una posizione di pariteticità. Siamo nel clou della nostra giornata.aisha2 Imparerò molto, in quelle due ore, su di me. Imparerò quanto è difficile trovare il proprio baricentro, quanto è complicato lasciarsi “stare” quando non abbiamo nulla da “fare”. Aprirò le mie sensazioni a quel refolo di scirocco che non avrei mai percepito se non avessi avuto gli occhi bendati. Esplorerò il pascolo senza vedere, fidandomi del mio equilibrio e di ciò che le mie piante dei piedi mi comunicano. Sfiorerò Aisha dapprima con riserbo, poi con convinzione, infine con gratitudine. Proverò gioia, quando Aisha si dirigerà a brucare attorno ai miei piedi, invidia e gelosia quando invece sbaciucchierà Carlo, desiderio selvaggio verso la splendida puledra camargue che scalpita per attirare la nostra attenzione. Capirò il momento esatto in cui il mio bisogno di relazione mi proietta troppo fuori di me, fino a perdere il mio “stare”. Imparerò che le relazioni vanno meglio quando “sei”, rispetto a quando “vuoi”. Mi fiderò di lasciarmi avvicinare da Aisha mentre sono bendata, e capirò quando mi è accanto dal calore che emana dal suo corpo. Sì, le sensazioni tattili sono molto importanti per me Mi stupirò di quanto poco Aisha si preoccupi di sbilanciarmi con una panciata, passandomi accanto, mentre io mi davo pensiero di non intralciarle la via. aisha3Tante cose, forse troppe per una volta sola. Un rilassante debriefing, davanti un tè caldo, poi i saluti. Si fa buio, e al ritorno Roma ci di dipana davanti nelle prime ombre della sera come un mostro tentacolare dalle mille luci. Ci ingrumiamo in un inesplicabile ingorgo. Carlo avrà pensato che ero infastidita dal ritardo e dal traffico, in realtà ero ancora completamente immersa nelle scoperte che avevo fatto. Non devo essere stata per lui una brillante compagnia, ma in quel tragitto ci siamo detti cose importanti, anche se diversamente importanti, e non sono andate perdute, ma sono tutte qui, dentro di me. Insieme a quello che mi ha fatto capire Aisha. Grazie, Carlo, grazie, Letizia. A presto.

*Associazione EquIncontro Natura:

http://www.facebook.com/EquIncontroNatura?ref=ts&fref=ts

Tel. 3389550895; equincontro@gmail.com

Un angelo custode

Molte persone credono agli angeli, in particolare agli angeli custodi. Li immaginano come presenze benevole e premurose, che ci seguirebbero in ogni istante della nostra vita per proteggerci e supportarci nei momenti difficili. In proporzione di uno per ciascuno.

L’idea è consolante, senza dubbio. Ma la fede è un dono. Chi non ce l’ha, come si arrangia? Come si spiega quelle coincidenze fortunate che ti soccorrono proprio quando ne hai più bisogno, quei piccoli colpi di fortuna quotidiani che ti consentono di ritornare a casa sano e salvo dal traffico cittadino, quelle intuizioni al limite della premonizione che ti bloccano prima di fare qualche guaio? Chi non ha fede, non le spiega, le chiama con i loro nomi: coincidenze, colpi di fortuna, intuizioni.

Chi ha fede, li ritiene interventi dall’alto. Ed è enormemente avvantaggiato dal punto di vista psicologico, perché è convintoangelo che questi aiuti gli vengano in modo sistematico da parte di una volontà precisa e costante di fare il suo bene. Questo è un pensiero che può dare una forza e una fiducia straordinarie. Non necessariamente si crede agli angeli custodi, molti immaginano di essere protetti da una persona cara che non c’è più, oppure dalle forze cosmiche benevole dell’universo, dal potere dell’attrazione, e chi più ne ha più ne metta.

Io vi auguro di avere sempre fede in qualcosa, perché la fede è una risorsa straordinaria. Ma se proprio non riuscite a credere in qualcosa di esterno o superiore o soprannaturale, credete in voi stessi. E nelle vostre doti. In quelle tangibili, e soprattutto in quelle impalpabili. Nelle vostre capacità ma anche nel vostro fiuto. Nelle vostre conoscenze ma anche nella vostra sensibilità. Credeteci fino in fondo, senza dubitarne, come in una ricchezza sempre disponibile e solida, che nessuno potrà sottrarvi. Tutti abbiamo bisogno di sperare in una potenza benevola, non c’è niente di strano nel farla risiedere in noi.

Possiamo fare di noi stessi il nostro personale, potentissimo, amorevole Angelo Custode.

Dove ho sbagliato?

E’ una sana domanda da farsi, quando qualcosa va a rotoli. Un amore, il lavoro, il matrimonio, il rapporto con i figli. Non chiedersi quali sono le nostre responsabilità in un momento di difficoltà sarebbe patologico, autoreferenziale, segno di una personalità che non si mette mai in discussione.

Eppure, anche se le premesse di un tale interrogativo sono fisiologiche e sane, a volte nascondono uno screzio vittimistico e depressivo.

Chiedersi “Dove ho sbagliato” è già dare per scontato che in qualcosa abbiamo mancato. Il che può essere, senza dubbio, vero, ma solo una serena e lucida analisi di ciò che è successo lo può stabilire. Dirselo da prima significa già mettersi in posizione di colpevolezza ai nostri stessi occhi.

E poi, perché usare il termine “sbagliare”? Gli errori esistono, senza dubbio, ma ci siamo mai chiesti perché in genere gli esseri umani sbagliano?

Perché non sanno predire il futuro. Per mancanza di conoscenze certe, perché sbagliano previsioni e valutazioni. Facciamo sbagli e stupidaggini perché non ne conosciamo le ricadute, oppure non valutiamo correttamente le conseguenze di alcune azioni o alcuni comportamenti.

Quindi, forse, la domanda più appropriata da farsi è “Cosa ignoravo?” “Cosa avrei dovuto sapere perché le cose andassero diversamente? E queste informazioni, avrei potuto ottenerle in qualche modo, sfruttarle meglio, oppure solo la sfera di cristallo avrebbe potuto evitarmi questi guai?”

Se ci rispondiamo sinceramente con l’ultima opzione, smettiamo di fustigarci e dirigiamo piuttosto le nostre energie a risolvere i problemi che ci angosciano.

Tanto, per quanto intuitivi, scaltri, prudenti e lungimiranti possiamo diventare,  la sfera di cristallo non ce l’ha e non ce l’avrà mai nessuno.

Quindi, un seppur minimo rischio di venir messi in buca lo dobbiamo per forza accettare.

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E se invece abbiamo sbagliato davvero? Probabilmente abbiamo agito per quello che credevamo fosse il meglio, non con il senno di poi ma con quello che avevamo in quel momento. Il senno di poi è una delle trappole più infide che esistano… non ha nessun senso giudicarci alla luce di quello che abbiamo saputo in seguito, ma dobbiamo rivedere e criticare le nostre azioni riavvolgendo il film, e ricalandoci nei nostri pensieri e nelle nostre risorse di allora. Solo così potremo individuare dove fare delle azioni correttive, rispetto ai nostri modi di pensare e di affrontare le situazioni.

E in ogni caso, ricordiamoci che in famiglia, chi si occupa della cucina romperà sempre più stoviglie degli altri. Solo chi non fa, non sbaglia.

Cambiare senza cambiare

Un nuovo anno è appena iniziato, e forse in noi non sono ancora sfumati nell’oblio gli auspici che ci siamo rivolti dietro un perlage di bollicine e un bacio di mezzanotte. Riusciamo ancora a ricordare i nostri? Quasi sicuramente ci saremo augurati un cambiamento. Di avere più di qualcosa, meno di qualcos’altro; difficilmente avremo pensato di avere in mano un gioco talmente buono da dire “sto”. In questo, avremo senz’altro assecondato il fluire della vita e delle cose, che in genere non rimane per molto tempo uguale a se stesso; avremo aggiunto, però, la componente “scaramantica” di sperare in un qualcosa di migliore, in una direzione più soddisfacente, o più ricca, o più serena della nostra vita.

Vita-di-Pi

Il tema del cambiamento è particolarmente complesso e articolato, ma in questo momento, ancora non troppo lontano dai riti propiziatori di capodanno, volevo riflettere su quello che a volte ci impedisce di metterlo in atto e di perseguire un miglioramento nelle nostre vite. E’ il modo in cui lo pensiamo. A volte immaginiamo il cambiamento come uno switch istantaneo, una transizione indolore, un passaggio netto da uno stato a un altro, auspicabilmente più appagante. Il più delle volte, invece, i cambiamenti che è in nostro potere attivare, sono percorsi complessi. Fatti di tentativi, passi avanti, soste, attese, intoppi, volate, corse, deviazioni. E soprattutto, per cambiare dobbiamo partire, muoverci dal nostro status quo. Che potremo anche deprecare in tutti modi, ma che rimane un posto conosciuto e prevedibile dal quale facciamo una gran fatica ad allontanarci.

Ecco perché a volte diciamo di volere cambiare una situazione, ma, non volendo davvero partire né rinunciare alla “res certa pro incerta”, facciamo azioni di minima, timide, conservative, ambigue, sperando così di poter cambiare tutto senza dover cambiare niente. In realtà, per quanto possa essere piccolo e poco rischioso il nostro primo passo verso il nuovo, o lo si fa oppure si resta fermi. Forse è questione di coraggio, di incoscienza, di amore per il nuovo, di curiosità, di disperazione, di noia, di necessità; ciascuno ha la sua molla personale, in grado di convincerlo ad accettare l’incertezza di quel viaggio che si frappone tra quello che desideriamo raggiungere e quello che abbiamo resistenza ad abbandonare.

Il colore del grano

…..
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe
“E’ certo” disse la volpe
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno” disse la volpe, “il colore del grano”.

Non bisognerebbe mai rimpiangere di aver amato.

Quando non siamo innamorati, è molto difficile apprezzare il colore delle cose. Il loro sapore. Il loro profumo. Ci riescono alcune fortunate persone, alcuni sopravvissuti, che in cambio di grandi danni personali hanno avuto il dono di poter generare la gioia dentro di sé. Ma di questi eroi parleremo in una sede tutta per loro. Per noi mortali fortunatamente normali, uno stato di grazia che ci concili con il mondo ed i nostri simili si attiva solo quando siamo innamorati. Del nostro partner, di un figlio, di un lavoro, di un interesse, purché si generino dentro di noi quella forza, quell’energia e quell’entusiasmo in grado di farci muovere contro ogni ostacolo, e di vedere il lato positivo di ogni situazione.

Una cara amica, alla quale in un momento di “bassa” chiesi cosa mi avrebbe augurato, ci pensò un po’ su e mi rispose: ”Ti auguro di vivere come se tu avessi una grande passione”.

Pensate che meraviglia, svegliarsi ogni mattina come quando siamo nel pieno di un innamoramento, con quella grinta, quella sensazione di avere il mondo in mano, quella voglia di vivere…

Pensate invece come tutto cambia, quando una storia d’amore finisce.

Il vuoto, dentro. Il grigio. Le emozioni che non si sa più dove siano andate a finire. Manca una buona ragione per andare avanti. Poi in genere ci si riprende, affidati alla routine e al grande sciamano Tempo, ma fino a che l’amore non farà di nuovo capolino nella nostra vita, è come vivere in un film in bianco e nero.

Eppure, quasi tutti hanno la necessità di parlare male e di pensare peggio dei loro passati amori. Quando si chiede a qualcuno cosa gli abbia lasciato di buono la più recente storia affettiva finita, le risposte sono spesso riferite a cose concrete, o all’essere diventati più esperti e meno creduloni (come fosse una dote), ma nessuno ha mai un pensiero di gratitudine per un amore concluso. Dimentichiamo in fretta la felicità che ci aveva portato, oppure il suo pensiero diventa intollerabile, in un momento in cui occorre scavare la fossa e gettarvi dentro il passato in blocco. Peccato che buttando via tutto, anche i ricordi della nostra trascorsa felicità, saremo ancora più tristi e sconsolati, oltre a darci degli idioti perché siamo stati tanto tempo insieme alla persona sbagliata.

Sarà, per la questione della blindatura degli stati mentali, che le emozioni di un innamorato le possiamo concepire e ricordare solo da innamorati; ma, anche se il colore del grano non possiamo portarcelo appresso, sarebbe bello poter conservare almeno il ricordo che esso esiste, nell’intervallo tra un amore e l’altro.

Perdono, chi era costui?

Resilienza è riprendere il proprio cammino di vita dopo aver subito un danno. Alcune cose possono essere di serio intralcio a questa ripresa, e tra queste il risentimento è una delle più pericolose.

Anzitutto perché ci costringe a concentrarci su ciò che è stato, mentre per progettare qualcosa occorrerebbe guardare al futuro. Il risentimento invece ci fa diventare come i gamberi: siamo rivolti permanentemente indietro ma, poiché, ricordiamocelo, il tempo non si ferma, continuiamo a camminare, senza naturalmente poter modulare la direzione, né accorgerci delle opportunità, e neppure goderci un po’ di panorama.

L’astio inoltre funziona come un gas velenoso, che permea il nostro presente, ci impedisce di apprezzare ciò che di positivo ci accade e ci circonda, e mina la nostra fiducia e la nostra speranza.

Il risentimento confida in due complici malefici: la voglia di vendetta e il desiderio di rivalsa. La prima ci suggerisce di far soffrire – per mano nostra – chi ci ha fatto del male, con la seconda ci illudiamo di dimostrare a noi stessi e agli altri che i torti che abbiamo subito non li meritavamo, e che siamo abbastanza in gamba da ribaltare i nostri insuccessi. Entrambi questi sentimenti, tuttavia, deviano obiettivi ed energie dai nostri autentici desideri, e sono di dubbia utilità per la nostra realizzazione personale a lunga scadenza.

Eccoci allora al nostro illustre sconosciuto: il perdono. Io non amo questo termine, imbibito di catechesi e di etica religiosa, e neanche il concetto fumoso al quale si riferisce. Secondo me, infatti, il vero perdono non esiste, è ingiusto chiederlo a qualcuno e irrealistico pretenderlo da se stessi. Davvero è possibile assolvere con formula piena chi ci ha fatto un torto? Davvero possiamo fare come se niente fosse accaduto, senza chiedere in cambio un minimo risarcimento, seppure simbolico e morale? Davvero riusciamo dentro di noi a perdonare, a cancellare, a dimenticare?

Eppure di questa parola si fa grande abuso in ogni pratica spirituale e soprattutto nelle relazioni umane. Ma la maggior parte delle volte, essa scatena in noi conflitti e sensi di colpa, quando cerchiamo di raggiungerne gli utopici obiettivi, e profonde ipocrisie quando lo imploriamo da qualcuno, magari rimpallandogli la responsabilità di salvare una relazione che noi stessi avevamo minato. Quale è allora il giusto modo per sottrarsi alla trappola del rancore, visto che non possiamo manipolare la nostra memoria, né costringerci a perdonare?

La via d’uscita è in un concetto poco praticato, in un termine un po’ cacofonico, e a sua volta di sapore sgradevolmente ecumenico, eppure a mio parere il più indicato: pacificazione. Si tratta di un processo, di un obiettivo di benessere personale, in primo luogo, e quindi propedeutico per il recupero di qualsiasi relazione in crisi.

Far pace con. I torti, le ingiustizie, i limiti nostri e altrui, le avversità della vita, gli strali delle alterne fortune.

Accettare. Il rischio di soffrire, il non poter cambiare ciò che è stato ma solo quello che sarà, la responsabilità di indirizzare il futuro, di essere plasmati dalle nostre esperienze nella direzione che noi sceglieremo.

Superare. I traumi, i dispiaceri, i rancori, la sfiducia.

Deporre. Tutto ciò che ci àncora al dolore.

Rinunciare. A ciò che in parte ci identifica, all’essere una vittima, al chiedersi perché e perché a me.

Ricostruire. Un’identità alternativa, un futuro alternativo, un modo di rapportarsi alternativo.

Questo sì, che invece mi piace, della liturgia cattolica: voglio scambiarmi un segno di pace. Dentro di me. Con tutti quelli ai quali ho qualcosa da rimproverare, con chi mi ha deluso, tradito, trascurato, abbandonato, ferito, ignorato, insultato.

Li voglio poggiare finalmente in terra, voltarmi e andarmene in pace.

Mon ami

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Ci sono momenti nei quali è dura essere amici dei nostri amici.

Succede quando ci sentiamo in qualche modo traditi, trascurati, abbandonati da essi. Un amico vero ha su di noi quasi lo stesso potere di un partner affettivo, sia nel farci stare bene, sia nel farci soffrire quando le cose tra noi vanno male, o si creano degli attriti.

In genere investiamo molto sugli amici, e facciamo bene, anche in termini di resilienza; abbiamo visto infatti che una caratteristica delle persone maggiormente resilienti è quella di avere una solida rete di supporto sociale e relazionale.

Ma, al contrario di quello che potremmo pensare contrapponendola all’imprevedibilità dell’amore, l’amicizia non è un terreno sicuro e stabile con ogni tempo e in ogni stagione. E’ infatti pur sempre una relazione umana profonda, fatta di fiducia, intimità, confidenze, scambio reciproco. E’ una relazione nella quale investiamo, dedichiamo energie, offriamo, chiediamo, otteniamo. E a volte facciamo bilanci.

Ai nostri amici siamo pronti a perdonare ogni difetto, tranne quelli che viviamo come mancanze nei nostri confronti. Se in un’amicizia qualcosa si incrina, scattano meccanismi micidiali di sofferenza, rabbia, delusione, rivalsa, vendetta, evitamento, molto simili a quelli che si innescano in una crisi di coppia.

Anche l’amicizia è a suo modo una relazione d’amore, che può nascere, languire, morire, essere recuperata, che sicuramente deve essere nutrita con il dialogo e la condivisione delle esperienze. Ma nei mille casi della vita, può accadere che un’amicizia entri in difficoltà. Può succedere in milioni di modi diversi, per un’enorme varietà di motivi e di ragioni, ma quasi sempre si crea un circolo negativo di risentimento e di valutazioni pessimistiche sul comportamento dell’altro, da parte di entrambi, con un allontanamento progressivo che non fa altro che rinforzare le convinzioni di ciascuno di essere la parte lesa e di aver dato tanto e ricevuto ben poco in cambio. Proprio come alla fine di una storia d’amore, vero?

Più è intima e autentica l’amicizia che viviamo, più alte sono le aspettative che nutriamo verso di essa, e a volte esse diventano irrealistiche, non tenendo più conto dei limiti umani della persona in questione, o delle sue priorità di vita. L’errore più grave che facciamo in questi casi è di concentrarci su quello che non abbiamo ottenuto, su ciò che ci aspettavamo di avere e invece non è arrivato. Non pensiamo, in questi momenti, a tutte le volte che il nostro amico invece c’era, e a quanto si è dedicato a noi. Non pensiamo neanche a tutte le volte che anche noi abbiamo avuto problemi di disponibilità nei suoi confronti, e lo abbiamo forse lasciato solo a sua volta. Un’amicizia, una storia d’amore, una relazione qualsiasi non possono pretendere la disponibilità illimitata e incondizionata dell’altro, e noi stessi non siamo in grado di garantirla forse a chicchessia, neanche a chi amiamo di più al mondo.

Se questo è ciò che ci è capitato con un amico perduto e che a volte rimpiangiamo, cerchiamo di non ricadere nello stesso copione la prossima volta, e quando ci scatta il senso di frustrazione e di ingiustizia subita, domandiamoci invece: “Quanto mi è stato vicino sinora? E quanto ho saputo a mia volta dare a lui?”