Coriandoli o stelle filanti? Dieci domande per un martedì grasso. (Il Matto)

jokerA cosa ti senti più simile, a una lunga, perfetta, omogenea linea di carta elegante, che con un soffio arriva metri e metri più in là, oppure a un pugno di coriandoli multicolore e variegati, da lanciare in aria a breve distanza per vederli disperdere nel vento?

Se stanotte fosse un vero Carne Vale all’antica, se potessi uscire fino all’alba nascosto da una maschera, chi vorresti essere?

Quale personaggio interpreteresti?

Chi ti concederesti di essere, dietro un’identità nascosta?

A chi sorrideresti?

A chi tenteresti di piacere?

Se sei sempre stato una stella filante, coerente e determinata, non avresti voglia di provare l’ebbrezza di uno sfavillio di colori frammentati, liberi da ogni traiettoria?

Se invece non hai mai avuto un obiettivo chiaro davanti a te, non ti piacerebbe immaginarti come una lunga freccia di carta proiettata con tutte le sue forze verso il successo?

Quante notti di martedì grasso ti sei concesso nella tua vita sinora?

Quante pensi di concedertene da adesso in poi?

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E tu, come stai cambiando? (La Torre)

In questo preciso momento, nulla è uguale a ieri, nella tua vita. Che tu lo voglia o no, stai cambiando. Crescendo, invecchiando, migliorando, evolvendo, maturando, scegli tu. Nel senso che puoi scegliere se il movimento inevitabile degli eventi e dei tuoi pensieri ti sta portando verso una condizione più soddisfacente oppure no.

tower-of-babelDi sicuro nessuno riesce a fermare il tempo, e i mutamenti che esso porta con sé. Possiamo tuttavia indirizzarli, elaborarli, attribuire loro un significato. Di questi cambiamenti possiamo in ogni caso diventare protagonisti.

Forse non possiamo evitare che una Torre crolli, ma possiamo scegliere come questo evento si ripercuoterà nella nostra vita. Possiamo rimpiangere il passato, tentare di restaurarlo, di rimettere insieme i cocci, oppure investire sull’ignoto, sul futuro, scommettere su un azzardo; ricostruire oppure migrare, fermarci a riflettere oppure scuoterci i calcinacci di dosso e passare oltre.

Non si può dire a priori quale sia la scelta giusta, di volta in volta, ma sapere che una scelta l’abbiamo sempre, di fronte a qualsiasi evento ci coinvolga o ci travolga, è già una consapevolezza che ci dovrebbe dare molta fiducia. Anche quando ci è negato il potere dell’azione, ci rimane quello della reazione.

I nostri desideri sono davvero nostri? Il Carro

carro rockstarMolto spesso i nostri obiettivi, quello che ci prefiggiamo di diventare nella vita, il nostro concetto di successo non ci appartengono in modo autentico e personale, ma li ereditiamo dalla nostra cultura familiare, o ci vengono imposti da modelli sociali che poco hanno a che vedere con i nostri talenti e le nostre aspirazioni.

Non è semplice capire cosa ci farebbe sentire realizzati, perché spesso i nostri sogni sono inquinati dal desiderio di compiacere i nostri genitori o i nostri cari, o di onorare la loro memoria, o ancora di differenziarci da essi. Altrettanto spesso quello che ci sembra essere un fine, come il successo economico o la fama, sono solamente un mezzo per ottenere ammirazione, consenso, approvazione.

 Cosa faremmo, se fossimo gli ultimi esseri umani sulla faccia della terra, senza nessuno al quale dimostrare nulla, senza testimoni a complimentarsi e a giudicarci? Il bisogno di consenso e di accettazione è innato in ciascuno di noi, ed è alla base della convivenza in una società organizzata e complessa, ma dobbiamo impedire che le nostre scelte diventino un’opportunità familiare e sociale, invece dell’espressione e dell’affermazione di noi stessi e della nostra unicità.

carro viaggioL’Arcano del Carro ci invita a riflettere sui nostri obiettivi e sulle motivazioni che ci inducono ad agire. I due cavalli di diverso colore che sembrano tirare in modo divergente ci suggeriscono che ogni decisione è sempre determinata da più componenti; un movimento netto può essere la somma vettoriale di diverse tensioni in contrapposizione, fino a diventare un’azione nelle cui caratteristiche non ci riconosciamo, ma che è l’unico compromesso accettabile tra bisogni conflittuali che albergano nel nostro profondo.

Ogni volta che si intraprende un percorso, soprattutto se richiede un forte investimento di energie e aspettative, bisognerebbe chiedersi se le ragioni che ci spingono in quella direzione sono veramente e autenticamente nostre, oppure sono inquinate da bisogni o paure che ci condizionano e ci limitano, invece di aiutare la nostra realizzazione personale.

La generosità, la gentilezza e le Stelle

stelle pinocchioLa generosità è una delle virtù più apprezzate, e dal punto di vista dell’evoluzione sociale è stata selezionata e incentivata nel corso dei millenni perché estremamente utile alla convivenza civile.

A tutt’oggi, benché i media non siano interessati a dare risonanza ai gesti di bontà quanto alle tragedie e ai delitti, esiste un ricchissimo sottobosco silenzioso di sostegno e solidarietà, che si nutre di gesti e contributi disinteressati, come volontariato e donazioni, ma anche di piccoli gesti individuali quotidiani.

Ma perché siamo generosi? In fin dei conti perché dopo un atto di generosità ci sentiamo molto meglio: è dimostrato che spendere dei soldi per qualcun altro ci rende molto più felici che spenderli per noi stessi, indipendentemente dalla nostra situazione economica. E ciò accade a prescindere dalla gratitudine che ci viene dimostrata, dalla pressione sociale e dai relativi ritorni di immagine e di consenso: molti benefattori fanno di tutto per rimanere assolutamente anonimi.

E’ un paradosso dunque, ma sembra che il nostro cervello e le nostre emozioni siano programmate perché aiutare gli altri sia gratificante per noi stessi, quindi in fin dei conti quando doniamo qualcosa lo facciamo principalmente per le sensazioni positive che ne riceviamo.

Questo però non deve togliere nulla al merito dei gesti di aiuto e di generosità: non tutti riusciamo infatti a compierli con la stessa prodigalità di mezzi e risorse, e non tutti siamo sensibili alla stessa maniera ai temi sociali e umanitari.

stelleAnche se non ci sentiamo portati per investire grosse fette della nostra vita nel servizio degli altri, tuttavia, c’è qualcosa che possiamo fare per migliorare il mondo in cui viviamo; c’è un’arma virale dall’efficacia assicurata, che a cascata rende più disponibili le persone, e le sollecita a imitarci: la gentilezza.

Proviamo a fare un gesto gentile anche a uno sconosciuto, e godiamocene gli effetti: ci sentiremo immediatamente meglio, e dalla reazione dell’altra persona saremo sicuri che anch’essa sarà indotta a compiere un analogo atto a sua volta…

Se non vogliamo farlo per altruismo o solidarietà, facciamolo per noi stessi, e per migliorare l’ambiente in cui viviamo. La gentilezza è vintage, non costa nulla, è meno faticosa della scortesia, si propaga esponenzialmente. Basta poco per creare un mondo migliore. Basta dare l’esempio.

L’Arcano delle Stelle ci ricorda la generosità e il dono delle proprie risorse: la ninfa dei fiumi, pura nella sua nudità, dà vita al corso d’acqua attingendo alle sue risorse personali. E’ una immagine che comunica serenità, armonia con il fluire delle cose e con la natura, e un profondo senso di equilibrio e di benessere personale. Quando ci sentiamo a posto con noi stessi, riusciamo senza dubbio a dare il meglio anche agli altri; tuttavia, è proprio quando dentro di noi non riusciamo a trovare gioia e soddisfazione, che un piccolo gesto altruistico ci può restituire la giusta prospettiva delle cose e regalare qualche momento di serenità.

Il Sole o dell’amicizia

the-sunIl modo in cui viviamo l‘amicizia rispecchia a tutti gli effetti la nostra personalità: come scegliamo gli amici, che aspettative nutriamo nei loro confronti, su quanti dobbiamo contare per sentirci a nostro agio, come preferiamo frequentarli, come gestiamo i disaccordi e i conflitti, quanto siamo disponibili e quanto riusciamo a chiedere aiuto a nostra volta.

L’amicizia è una relazione ad alto investimento emotivo, e proprio come l’amore, spesso nasconde dei lati oscuri: possessività, gelosie, esclusivismo, tradimenti, ossessione. Chi fugge dalle relazioni affettive profonde spesso evita anche le amicizie intime, perché si esporrebbe agli stessi rischi e svelerebbe le stesse vulnerabilità.

Essere abbandonati o traditi da un amico, infatti, è doloroso quanto esserlo da un amante, e mette in crisi il nostro modo di approcciare le persone e la nostra fiducia verso di esse. Spesso, dopo una delusione amicale, per lungo tempo non si riesce più a instaurare un sodalizio spontaneo e sereno con alcuno.the-sun-300

La sintonia che si crea in un’amicizia sincera è fortemente appagante, fonte di gioia e di emozioni positive, ci si sente compresi e accettati. A volte, soprattutto in adolescenza e in giovinezza, questi rapporti possono divenire a tal punto totalizzanti che si tende a isolarsi dal resto del mondo, e si crea tra le due persone un patto esclusivo, complice, strettissimo; purtroppo e per fortuna, con il passare del tempo, la vita porterà a superare, di necessità, con le sue contingenze e con le nuove aspirazioni individuali, questo tipo di relazione così monopolizzante, e l’amicizia sarà obbligata a evolvere in una forma più flessibile, lasciando spazio anche ad altri sentimenti e ad altri obiettivi esistenziali. Se questo processo non andrà a buon fine, l’allontanamento potrebbe essere vissuto come un abbandono, uno strappo, un’infedeltà, tanto più deludente e avvilente quanto più in quel rapporto avevamo investito e creduto.

La carta del Sole ci parla di tutti questi aspetti: The Sun_Card19_Finaldue fanciulli giocano e danzano in piena armonia, talmente simili da sembrare gemelli, talmente gioiosi e avvinti da non lasciare posto per nessun altro accanto a loro. Il Sole li inonda di sensazioni benefiche, la carta è pervasa dalla gioia e dalla contentezza.

Dietro di loro, tuttavia, un muro li separa dal mondo circostante; simboleggia il loro patto, che li definisce e li protegge, ma il monito della carta si sostanzia appunto in quel basso confine: che rimanga sempre così esile, in modo da non nascondere la visuale e la prospettiva globale, e da non diventare un limite che non si possa scavalcare, magari insieme, con un piccolo balzo, con la curiosità di riprendere a esplorare e di aprirsi al nuovo.

Il Diavolo che è in noi

Le emozioni negative possono essere vissute come un doloroso stato, del quale disfarsi il prima possibile, oppure come un segnale, un indicatore della nostra parte più spontanea e intima, che ci sta avvertendo che qualche cosa non va.

diavoloSe riusciamo a considerarle sotto questo aspetto, non dobbiamo più preoccuparci tanto di gestire uno stato emotivo negativo, o di neutralizzarlo con espedienti vari, ma proveremo invece a capire da cosa è stato generato, e perché.

Troveremo probabilmente che la sua origine è nota e comprensibile, almeno a noi stessi, e che se vogliamo liberarci da quella fastidiosa sensazione di tristezza, insoddisfazione, rabbia, risentimento, invidia, delusione, non ci resta che cambiare la realtà, oppure provare a vederla sotto un aspetto differente.

In ogni caso, ricordiamo che se trascinate troppo a lungo, le emozioni negative hanno un riflesso pesante sulla nostra qualità di vita, sui rapporti con gli altri, e sul modo di vedere il mondo e il futuro.

Si tratta di segnali da prendere in seria considerazione, perché richiedono un cambiamento di qualche tipo, mentre non dovremmo lasciare che diventino stabilmente un modo di essere e di sentire.

La carta del Diavolo rappresenta molto bene questa doppia valenza dei nostri sentimenti negativi: da un lato essi rappresentano un forte propulsore verso il cambiamento, fornendoci indicazioni e informazioni su cosa cambiare e l’energica motivazione a farlo. Dall’altro, però, rappresentano il rischio di cristallizzarsi in modelli di pensiero e abitudini sterili e dolorosi, nei quali è facile rimanere impigliati.

Santa Muerte

santa muerta 3Uno scheletro con una falce, o un globo terrestre, riccamente abbigliato, con tanto di velo, nei panni di una donna. E’ questo l’oggetto di un culto molto vivo in Messico, spontaneo, destrutturato e popolare, parzialmente integrato nel cattolicesimo, le cui origini si perdono nell’America precoloniale.

Stigmatizzato dallo Stato per i suoi innegabili legami con il mondo dei narcotrafficanti, e dalla Chiesa cattolica come inaccettabile idolatria, questo culto conta più di dieci milioni di fedeli e 1500 altari solo a Città del Messico. La venerano persone di tutti i tipi, ma soprattutto coloro che fanno un “mestiere” pericoloso, come i poliziotti, i tassisti e, appunto, i narcotrafficanti.

Si sentono accolti da questa Santa anche i transessuali, le prostitute, alcolisti e drogati, tutti gli individui che in altre fedi sono emarginati e colpevolizzati; le offerte sono povere, della vita di tutti i giorni: tequila, sigarette, birra, candele, frutta.Santa Muerte Enrique Chimal

Quali grazie le vengano richieste rimane un segreto custodito nel cuore dei fedeli, ma i devoti contano sulla sua imparzialità, sulla sua assistenza quando saranno in fin di vita, e sanno che anche i più miserabili e peccatori hanno, in virtù della loro fede, la possibilità di ottenere la sua soprannaturale benevolenza.

Non in tutte le culture la morte è trattata in maniera così fobica come nell’attuale mondo occidentale. Esistono popoli più a loro agio con l’idea della fine della vita e con le sue rappresentazioni, che riescono a integrarla con maggiore semplicità nel loro quotidiano. Eppure, la percezione della preziosità e dell’univocità della vita umana non dev’essere molto diversa, nelle singole coscienze individuali. Forse è più facile pensare con serenità alla morte se si crede in un aldilà, o se si sa che non si rimarrà soli dopo la dipartita di una persona cara.

Probabilmente, la dilagante solitudine e la mancanza di spiritualità nella nostra cultura sono alcune delle cause della profonda angoscia che ci attanaglia al solo parlare della morte, e che la sta rendendo praticamente un tabù, al punto che siamo incapaci anche di educare le nuove generazioni ad affrontare questo evento, così inevitabilmente connesso al fluire delle nostre esistenze.

L’Eremita, un filosofo sprezzante

hermit_goldenHo sempre pensato che la vocazione alla filosofia nasconda una più o meno strisciante vena di misantropia. Non ho ancora conosciuto di persona un appassionato di filosofia che non guardasse al resto dell’umanità nel migliore dei casi con compassione, nel peggiore con un palese senso di superiorità e di disgusto. In effetti, banalizzando, forse non ci si può dedicare contemporaneamente alla sapienza e gli uomini, e chi sceglie la via del sapere assoluto probabilmente non è altrettanto portato per quello della pietas e dell’empatia umana.

La figura dell’Eremita comunica molto di questo atteggiamento: debitore della tradizione aneddotica dei filosofi antichi, abituati a dileggiare impunemente anche i più grandi imperatori, egli avanza in solitaria, fidandosi solo del lume (della sua ragione), e peraltro nascondendo in parte la luce che ne emana con il suo mantello, come se non tutti fossero all’altezza di guardare in faccia la verità.

Non cerca discepoli, né allievi. Cosa è importante per lui? A cosa sta dedicando tutto se stesso? E quale è il costo della sua ricerca indefessa? Come si sentirà quando lo avrà trovato, e a cos’altro dedicherà a quel punto le sue energie? Oppure sa già che le sue domande sono strutturate in modo tale da non aver mai fine? Riuscirà mai a condividere le sue conquiste con il resto del mondo?

eremita saturno

Anche nella tradizione cristiana, i santi eremiti cercavano il contatto con il divino rifuggando quello con gli uomini, fino agli estremi degli stiliti, che dalla cima di una colonna tentavano di avvicinarsi alla purezza della fede, allontanandosi al contempo dalla pochezza terrena dei loro consimili.

Nei tarocchi più antichi, e nelle minchiate fiorentine, l’Eremita è raffigurato come un vecchio, saggio e zoppicante Saturno, che invece della lanterna brandisce una clessidra. La vera saggezza, forse – sembra ricordare a tutti noi che non abbiamo uno spirito così ascetico – non è rincorrere l’assoluto, ma fare un buon uso del proprio tempo.

Matto, Matta, Jolly Joker

jokerb_nFu solo intorno al 1863 in America che per la prima volta il Jolly fece la sua apparizione in un gioco di carte, e da lì il suo uso si diffuse in Inghilterra e in tutto il vecchio continente.

Anche se la sua utilità si limitò sempre ai fini specifici dei giochi con le carte cosiddette a semi francesi, la sua figura fu sicuramente ispirata dall’arcano del Matto (in Italia il Jolly viene chiamata anche “Matta”). Soprattutto nei tarocchi più antichi, infatti, il Matto veniva raffigurato con tratti misti tra un giullare e un ramingo. I moderni Jolly, chiamati anche Jolly Joker o semplicemente Joker entrano in numero di due o più nei mazzi di carte da poker, con immagini e disegni anche molto fantasiosi, costituendo tra l’altro degli ambiti oggetti da collezione. Questa carta non ha un proprio valore, ma si presta ad assumere quello di qualsiasi altra componente del mazzo, costituendo un formidabile bonus nelle mani del suo possessore.

Dal punto di vista simbolico, cosa hanno in comune i pazzi, i vagabondi e i giullari? L’imprevedibilità. L’inaffidabilità. L’indisciplina. La libertà. La deresponsabilizzazione. La capacità di uscire da se stessi. Il potere di dire quello che pensano senza essere sanzionati. Il gioco. L’anticonformismo. La diversità. L’emarginazione. L’ispirazione. L’accesso a un mondo “altro”. La fiducia nel proprio intuito, l’essenzialità, il distacco dalle ambizioni e dalla smania di potere. Il non dover render conto a nessuno delle proprie azioni. Il non essere presi in seria considerazione. Tutti in una certa fase della nostra vita abbiamo assomigliato al Matto. A molti, in altri momenti, servirebbe recuperare un po’ della sua leggerezza…

La Luna e il sogno di Ossian

L’Arcano della Luna è tradizionalmente legato all’inconscio, ai sogni, all’intuizione e a tutte le caratteristiche irrazionali del nostro essere. Per questo è raffigurato in un’atmofera notturna, ombrosa, indefinita, potenzialmente pericolosa perché imprevedibile. L’astro lunare ha sempre avuto secondo le leggende popolari un enorme influsso sugli esseri umani, al punto da provocare malattie, follia, trasformazioni. E’ associato al potere femminile, all’inganno, alla premonizione, ci parla del passato e dei vincoli che ci legano ad esso, ma ci ricorda anche che quello che ci fa più paura in una notte oscura ha le sue radici dentro di noi.

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Ingres - Il sogno di OssianOssian è il nome di un bardo leggendario dell’antica Scozia, la cui figura fu portata al successo nel XVIII secolo da James MacPherson, che finse di aver tradotto fedelmente le originali poesie di Ossian, mentre in realtà si basò su dei frammenti e inventò di sana pianta molti “canti”.
Il successo delle sue presunte traduzioni, nondimeno, fu straordinario; divennero un’opera fondamentale del Preromanticismo ed influenzarono anche il movimento Sturm und Drang.

Ad esse s’ispirò J. A.-D. Ingres (1780-1867), pittore francese, per dipingere il quadro “Il sogno di Ossian”(olio su tela, 1813). L’opera fu commissionata nel 1811 per la decorazione del soffitto della camera da letto di Napoleone nel palazzo del Quirinale a Roma, dove venne ubicata, allora in forma ovale. Probabilmente il dipinto fu rimosso dal soffitto di quella stanza nel 1815. Il pittore in seguito lo riacquistò, e alla sua morte lo legò al museo che oggi porta il suo nome, il Musée Ingres, a Montauban.

Nel dipinto, in primo piano è raffigurato Ossian addormentato sulla sua cetra. Sullo sfondo s’intravedono figure di guerrieri, di personaggi mitologici e di familiari del protagonista. Il pittore ha rappresentato lo stacco netto tra sogno e realtà giocando con suggestivi effetti di colore e di luminosità.

Stańczyk, il giullare patriottico

Jan Matejko (1838–1893) fu un pittore polacco che si attribuì spesso il ruolo di “scuotitore delle coscienze patriottiche” con i suoi dipinti raffiguranti battaglie e personaggi della storia del suo paese.  Il dipinto qui accanto (1862, esposto al museo nazionale di Varsavia), raffigura il personaggio di Stańczyk, giullare di corte del re Sigismondo I (regnante dal 1506 al 1548), nel quale Matejko volle addirittura immortalare le proprie sembianze.

“Se non ti dicessi io le verità scomode, a chi consentiresti di farlo?” Il Matto

Nel dipinto si nota il contrasto tra la figura del giullare in primo piano, e il ballo spensierato della corte reale che si intravede in una sala alle sue spalle. Stańczyk è seduto in una posa seria, sconsolata, preoccupata, del tutto incongrua con quello che ci si aspetterebbe dal suo ruolo, il suo scettro abbandonato al suolo. Sul tavolo accanto a lui una lettera con l’anno 1514 e il nome di Smolensk, a indicare che era appena giunto l’annuncio che quella città era stata persa nella guerra contro la Russia, mentre i regnanti incuranti erano intenti a festeggiare invece la vittoria della battaglia di Orša. Il giullare è mostrato come simbolo della coscienza nazionale, l’unico a presagire che gli eventi durante le guerre contro Mosca avrebbero alla fine portato alla tragedia. Da uno scorcio della finestra socchiusa s’intravede una cometa, segno di cattiva sorte per la dinastia regnante.

Il personaggio storico di Stańczyk fu molto popolare già nell’epoca in cui visse, il rinascimento polacco; oltre alla sua bravura come giullare ne venivano apprezzate l’eloquenza, la saggezza, l’arguzia nel commentare accadimenti di politica e storia. Diversamente da altri giullari delle corti europee, veniva considerato ben più di una mera figura di intrattenitore, e la sua fama è a tutt’ora molto viva.

Una questione di fede? Il Papa

Innumerevoli misfatti furono perpetrati, nel corso della storia, in nome di una fede assoluta. Ancora oggi purtroppo non mancano gli esempi di come il fanatismo, da qualsiasi parte si annidi, mette in pericolo conquiste civili e sociali faticosamente raggiunte. Spesso, tuttavia, dietro il paravento di un’ideologia, chi manovra le folle non è affatto interessato ai motivi di principio propugnati, ma solamente al potere che può derivargliene personalmente, e a manipolare per i suoi scopi seguaci e simpatizzanti.

Non dimentichiamo che nel periodo in cui furono videro la luce i Trionfi, o Arcani Maggiori, intorno alla metà del 1400, la figura del Papa non era solamente una guida spirituale, ma un vero e proprio sovrano assoluto, con una enorme influenza sugli equilibri politici europei, e la sua nomina, non dinastica ma elettiva, nascondeva innumerevoli intrighi e lotte di potere molto complesse. Quando incontriamo quindi questo Arcano, non dimentichiamo che vi è raffigurato un personaggio di sconfinato potere, di grande peso diplomatico, assolutista e dogmatico, che dietro un benevolo carisma nasconde una struttura di regole e di principi che, se vogliamo usufruire dei suoi favori, occorre abbracciare in modo acritico e indiscutibile.

Jean_Paul_Laurens_Le_Pape_Formose_et_Etienne_VII_1870Nella foto, Le pape Formose et Etienne VII, dipinto di Jean-Paul Laurens, 1870.

In uno dei momenti più bui della storia medioevale del papato, alla fine del secolo IX, avvenne quello che fu tramandato alla storia come “Il sinodo del cadavere”. Qualche mese dopo la sua morte, nell’897, papa Formoso fu riesumato per ordine di papa Stefano VI; il suo cadavere, vestito dei paramenti pontifici e posto su un trono, dovette subire una serie di gravi accuse sul suo operato politico. Il verdetto stabilì che il deceduto era stato indegno del pontificato, e tutti i suoi atti e le sue misure vennero annullati. Le vesti papali gli vennero strappate di dosso, le tre dita della mano destra, usate dal papa per le benedizioni, gli vennero tagliate e il cadavere fu gettato nel Tevere. Per tre giorni fu trascinato dalla corrente del fiume, fino ad arenarsi presso la sua foce, dove fu riconosciuto da un monaco (si dice indirizzato lì da una visione del defunto pontefice) e nascosto dai suoi fedeli finché fu vivo Stefano VI. Dopo la morte di questi e la deposizione del successore Romano, il corpo nascosto venne sepolto, per la seconda volta, nella basilica di San Pietro, per volere di papa Teodoro II, che lo avrebbe posto tra le tombe degli apostoli con una pomposa cerimonia. Ulteriori processi contro persone decedute vennero vietati.

Il Bagatto, l’abile prestigiatore

Con la tua collaborazione, posso farti credere qualsiasi cosa.
Con la tua collaborazione, posso farti credere qualsiasi cosa.

Qualcuno sostiene che ogni inganno che subiamo è solo un autoinganno che abbiamo rivolto verso noi stessi.

Molte volte, anche in modo inconsapevole, siamo ciechi a quello che non abbiamo alcuna voglia di accettare, e ci piace invece credere a ciò che in quel momento fa bene alle nostre illusioni, alle nostre speranze, al nostro orgoglio.

Quando però il velo si squarcia, e non possiamo fare a meno di prendere atto dello scollamento tra la realtà e le nostre convinzioni, non sempre ci chiediamo in modo equilibrato e lucido quanto dell’imbroglio risiedeva nella malafede dell’altro, e quanto invece nel nostro bisogno di credervi.

Alcune bugie, fino a un momento prima di essere smascherate, hanno una loro utilità anche per noi; ne siamo vittime, ma forse anche un po’ complici.

(Nell’illustrazione, il Prestigiatore (circa 1502), attribuito a Hieronymus Bosch.)

Il bivio di Ercole (gli Amanti)

A tutti è capitato di dibattersi in una scelta difficile senza riuscire a risolversi.

Spesso, mentre tergiversiamo, gli eventi precipitano verso una soluzione spontanea del dilemma, e i fatti decidono per noi, sollevandoci dalla responsabilità di aver preso una strada che avrebbe potuto rivelarsi quella sbagliata.

lasceltadiercoleMolte possono essere le cause della paralisi di un processo decisionale: carenza di informazioni sufficienti (ma quasi mai potremo disporre di tutte le informazioni possibili!), oppure un’emotività che non ci aiuta, e non ci suggerisce nessuna preferenza istintiva, lasciandoci in balia di una razionale pesatura di pro e contro che si arrovella senza riuscire a trarre una conclusione.

A volte, quello che ci blocca è il pensiero dell’incertezza dell’esito, del rischio che ci assumiamo, delle incognite che un cambiamento riserva. Altre volte ancora, invece di scegliere tra due opportunità, ci focalizziamo su rinunciare a quale può essere meno pesante.

Tuttavia, l’idea di perdere qualcosa è molto penalizzante per la nostra motivazione, perché nessuno ama dover abbandonare una possibilità, una strada potenzialmente fertile, un’alternativa percorribile.

In questi casi, sarebbe molto meglio appuntare la nostra attenzione e la nostra immaginazione sugli aspetti positivi che l’una o l’altra delle ipotesi porterebbero nella nostra vita, e scegliere in base a ciò che vogliamo ottenere, senza addolorarci per ciò a cui non vogliamo (potenzialmente) rinunciare.

Il Carro: passare all’azione

Propositi, progetti, desideri; nessuno di essi è in grado di modificare la realtà. Solo un'azione, per quanto piccola, può farlo.
Propositi, progetti, desideri; nessuno di essi è in grado di modificare la realtà. Solo un’azione, per quanto piccola, può farlo.

Nutrire forti proponimenti e programmi ambiziosi, coltivare sogni e passioni è senz’altro necessario e utile per la nostra motivazione e la nostra progettualità; ma perché i nostri desideri passino da uno stato mentale a un piano di realtà occorre fare un salto qualitativo.

E’ il passo più difficile e discontinuo, quello che conduce dal pensiero all’azione, ma compierlo è anche l’unico modo per intraprendere la realizzazione concreta dei nostri obiettivi.

Per quanto piccolo, prudente, timido possa essere il nostro primo passo attivo, esso non sarà comunque inutile, se sapremo farlo seguire da altri, gradualmente più sicuri e audaci.

Siamo circondati da suggerimenti per modificare il nostro modo di pensare, di volere, di pianificare, di decidere; ma è raro trovare qualcuno che ci incoraggi a “fare”.

Eppure impattare sulla realtà è l’unico modo per innescare un cambiamento, e ogni progetto senza la fase di realizzazione rimane lettera morta sulla carta.

Il nostro personale agire, purtroppo e per fortuna, non è delegabile ad alcuno. Dunque, iniziamo a compiere la più piccola iniziativa che ci sentiamo di attuare, e facciamone il primo di molti passi sulla strada che abbiamo deciso di percorrere.

L’esemplare vicenda degli scheletri di Waldassen

Nella basilica di Waldsassen, città bavarese al confine con la repubblica Ceca, trovano degno alloggio dieci fulgenti reliquie. Altrettanti scheletri di martiri vi furono traslati nel secolo XVII dalle catacombe romane, e quindi con grande perizia artigianale orafa completamente ricoperti di ricchissimi ornamenti, vesti magnifiche e gioielli, secondo il gusto barocco coevo, e posizionati in grandi teche con pose differenti.

Spesso un silenzioso oblio è molto più decoroso della gloria degli altari.
Spesso un silenzioso oblio è molto più decoroso della gloria degli altari.

Qui la sconcertante galleria:

http://beautifuldecay.com/2012/10/03/toby-de-silvas-beautiful-photographs-of-the-skeletons-of-martyred-saints/

Spesso anche a noi capita, con le situazioni o le relazioni che si chiudono, di volerle in un primo periodo dimenticare, oscurare, seppellire in un luogo inaccessibile alla memoria. In un secondo tempo, pian piano, cominciamo a rivalutarle, a elaborare la loro fine sotto un’ottica differente, e in alcuni casi, a prenderle come pietra di paragone con le nuove persone o con i nuovi contesti che stiamo incontrando. In rari casi, le assurgiamo a insuperabili campioni di perfezione, e i nostri pensieri corrono a qual che non c’è più con nostalgia e rimpianto.

Ciò che finisce rimane sempre nella nostra vita, fa parte di noi, della nostra esperienza, dei nostri ricordi e influenza il modo in cui ci poniamo verso il futuro. La cosa più difficile, tuttavia, è riuscire a collocare in modo equilibrato il passato nel nostro racconto di vita, rendendogli giustizia per le cose positive che ci ha portato, ma evitando di farci in alcun modo bloccare o condizionare dai suoi effetti.

Se gli antichi martiri paleocristiani avessero potuto prevedere questa loro spettacolare esposizione, probabilmente non ne sarebbero stati molto felici. Forse anche il nostro passato amerebbe essere lasciato lì dov’è.

La vergine Malvina e la sua torre

E adesso, che ne farò di tutta questa libertà - pensò, mentre varcava la soglia della sua prigione.
E adesso, che ne farò di tutta questa libertà – pensò, mentre varcava la soglia della sua prigione.

Quando ci liberiamo da una prigionia mentale, che ci ha costretto in una situazione o in uno stato emotivo che limitavano le nostre potenzialità, quasi sempre rimaniamo molto stupiti di quel che vediamo al di fuori. A volte avevamo ingigantito le difficoltà temute, altre volte i nostri vecchi nemici non ci sono più, spesso ci troviamo a gestire una sensazione di vuoto, di disorientamento, e di vulnerabilità. In tutti i casi, però, si tratta di sentimenti transitori, legati alla nostra fisiologica riluttanza e sospettosità rispetto al cambiamento.

Abbiamo solo bisogno di un po’ di tempo per riprendere la nostra esplorazione del mondo, riconquistare fiducia nelle nostre risorse, e riattivare la nostra progettualità. In ogni caso, un nuovo ciclo di vita ci attende lì fuori.

L’illustrazione è di Arthur Rackham, 1917, per la fiaba n.199 dei fratelli Grimm, “La vergine Malvina”.
Per leggere questa bella, suggestiva e istruttiva favola in italiano:
http://www.paroledautore.net/…/grimm/vergine_malvina.htm

Sulle tracce della Papessa

sacerdotessaKlimtLa carta della Papessa è uno degli Arcani più misteriosi e ricchi di fascino. A partire dall’800 numerosi studiosi dell’esoterismo iniziarono a rappresentarla come una sacerdotessa pagana; seguendo questa suggestione, girovagavo per la rete cercando un’immagine che mi ispirasse, e mi sono imbattuta in quest’opera meravigliosa di Klimt, ormai perduta.

Vi invito a leggerne la storia, e a riflettere su come alcuni limiti umani hanno potuto, e possono ancora, ostacolare drammaticamente il progredire dell’arte, della conoscenza e del pensiero.

“Nel 1894 Gustav Klimt ottenne l’incarico di realizzare alcuni grandi pannelli decorativi per l’Aula Magna dell’Università di Vienna. A Klimt spettò il compito di rappresentare la filosofia, la medicina e la giurisprudenza. Dopo vari progetti e bozzetti, l’artista cominciò a dedicarsi concretamente a essi solo dal 1899. Per il pannello dedicato alla Medicina, l’artista ideò un viluppo verticale di corpi, in massima parte nudi. Tra essi si potevano vedere mescolate figure di donne nude incinte, di bambini, di vecchi, e di scheletri. Doveva rappresentare il flusso della vita, in cui erano riunite tutte le fasi principali: nascita, crescita, generazione, morte. Davanti ad esso Igea, figlia di Esculapio e dea della Salute. Ma, contrariamente alle aspettative dei committenti, essa non trasmetteva la certezza rassicurante della scienza medica. Assomigliava, invece, a una sorta di maga, capace solo di volgere le spalle all’umanità, impotente o noncurante nei confronti del suo destino.

Le nudità femminili diedero il pretesto a facili accuse di oscenità e pornografia. Ma ciò che soprattutto era mal tollerato dall’opinione pubblica era il senso di profonda incertezza e inquietudine che le immagini trasmettevano, quando avrebbero dovuto comunicare fiducia nella scienza e nella conoscenza. A questo punto, nel 1905, Klimt decise di ritirare i pannelli già consegnati. L’industriale August Lederer e Koloman Moser comprarono i dipinti. Durante la seconda guerra mondiale vennero trasferiti nel castello di Immendorf per precauzione. Lì bruciarono nel 1945 a causa dell’incendio appiccato dalle SS nel corso della loro ritirata. Ne rimangono solo delle foto in bianco e nero, e una foto a colori del bozzetto di Medicina.”

Gli Amanti

Niccolò_soggi,_ercole_al_bivio,_XVI_secSi deve probabilmente al filosofo e sofista Prodico (460 a.C. – 380 a.C.?) il mito del giovane Eracle che, arrivato a un punto cruciale della propria vita, deve decidere tra la strada offertagli dal Vizio e quella prospettata invece dalla Virtù.

Il mito ebbe grande successo a partire dal rinascimento e numerosi artisti decisero di raffigurare questa leggenda, come Domenico Beccafumi, Annibale Carracci, Niccolò Soggi (in foto).

Nei Tarocchi antecedenti a quello di Marsiglia, la carta degli Amanti rappresentava una o più coppie di sposi nell’atto del giuramento, quindi l’iconografia cambiò bruscamente, ispirandosi alla famosa e popolare scena mitologica della scelta di Ercole.

La Papessa

“Ciò che vedi è solo ciò che hai bisogno di vedere.”
“Ciò che vedi è solo ciò che hai bisogno di vedere.”

Si ritiene che l’anomala figura di un papa donna sia stata ispirata dalla leggenda medioevale della papessa Giovanna, che avrebbe regnato intorno all’850; essa sarebbe salita al Soglio nascondendo il suo vero genere, ma, non praticando la castità, sarebbe stata tradita da un travaglio di parto improvviso, intervenuto mentre presiedeva una pubblica processione.